A Caracas arriva la Via Crucis di Lucio Fontana

Pubblicato il 18 maggio 2007 da redazione


CARACAS- Domenica prossima alle 11 verrà inaugurata la mostra Via Crucis di Lucio Fontana presso la Sala 5 del Museo Alejandro Otero.


14 ceramiche impreziosite dalle poesie di Mario Luzi La ceramica è uno strumento espressivo antico che da sempre accompagna la storia dell’uomo e possiede, nella sua stessa natura fisica, una tentazione virtuosistica, una vocazione preziosa che ne fa il “barocco della scultura”. Fontana ha mantenuto con essa un rapporto costante, vivendola come parte integrante della sua avventura materica. Le quattordici formelle delle stazioni della Via Crucis presentate in questa occasione furono create nell’estate del 1947, al rientro in Italia di Fontana dopo gli anni trascorsi in Argentina. Gio Ponti l’ha definita Via Cruciscorallo, perché, come nella serie delle battagliecorallo di quegli stessi anni, intorno alla figura del Cristo, “galleggiante nello spazio”, emergono tracce biomorfe di uomini e animali leggibili figurativamente come composizione splendente di schegge policrome di luce, evocative della presenza divina, di colore, di pieni e di vuoti. I riflessi, poi, quasi vibrazioni sonore che si ripercuotono dalle fluide colature della materia, riescono a trasferire il senso dell’immaterialità dentro una materia così presente e terrestre come la terracotta.


Lucio Fontana nasce in Argentina, a Rosario di Santa Fè, il 19 febbraio 1899. Il padre Luigi, italiano, in Argentina da una decina d’anni, è scultore e la madre, Lucia Bottino, di origine italiana, è attrice di teatro. A sei anni, con il padre, viene a Milano per frequentare le scuole. Già nel 1910 inizia il suo apprendistato artistico nella bottega paterna. Si iscrive poi a una scuola per Maestri Edili che lascia per arruolarsi come volontario nella prima guerra mondiale. Ferito, è congedato con medaglia d’argento al valore militare; riprende quindi gli studi e si diploma.


Nel 1921 torna in Argentina, a Rosario di Santa Fè e inizia la sua attività di scultore nella bottega di scultura del padre. Apre poi un proprio studio a Rosario. Tra il 1925 e il 1927 vince alcuni concorsi e realizza, tra gli altri, il monumento a Juana Blanco.


Torna a Milano nel 1928 per iscriversi, come allievo di Adolfo Wildt, al 1° corso dell’Accademia di Brera: a fine anno è promosso al 4° corso. Partecipa intanto a esposizioni e concorsi in Italia, in Spagna e in Argentina. Nel 1930 conosce Teresita Rasini che diventerà sua moglie. Spaziando tra figurativo e astratto, la sua scultura, sia in terracotta sia in gesso, con o senza colore, diventa più libera e personale. In quegli anni, importantissimi per la sua ricerca artistica, sempre più riconosciuta dai maggiori critici, da Argan a Belli, Persico, Morosini, partecipa alla Triennale di Milano, alla Biennale di Venezia, alla Quadriennale di Roma; espone più volte alla Galleria del Milione, inizia l’attività di ceramista ad Albisola e, nel 1937, alla Manifattura di Sèvres dove realizza alcune sculture di piccolo formato che espone, e vende, a Parigi. Intensa, già in questo periodo, la sua attività con gli architetti più all’avanguardia.


All’inizio del 1940 parte per Buenos Aires, dove si stabilisce, lavora intensamente e vince vari concorsi di scultura. Professore di modellato alla Scuola di Belle Arti, nel 1946 organizza con altri una scuola d’arte privata: l’Accademia di Altamira che diventa un importante centro di promozione culturale. E’ proprio qui che, in contatto con giovani artisti e intellettuali, elabora le teorie di ricerca artistica che portano alla pubblicazione del Manifiesto Blanco.


Rientrato a Milano nell’aprile del 1947, Fontana fonda il “Movimento spaziale” e, con altri artisti e intellettuali, pubblica il Primo Manifesto dello Spazialismo. Riprende l’attività di ceramista ad Albisola e la collaborazione con gli architetti. L’anno seguente vede l’uscita del Secondo Manifesto dello Spazialismo. Nel 1949 espone alla Galleria del Naviglio l’Ambiente spaziale a luce nera suscitando al tempo stesso grande entusiasmo e scalpore.


Nello stesso anno nasce la sua invenzione più originale quando, forse spinto dalla sua origine di scultore, alla ricerca di una terza dimensione realizza i primi quadri forando le tele.


Continua a essere invitato alle Biennali di Venezia, alle Triennali di Milano. Nel 1950 esce il terzo manifesto spaziale Proposta per un regolamento.


Nel 1951, alla IX Triennale, dove per primo usa il neon come forma d’arte, legge il suo Manifesto tecnico dello Spazialismo. Partecipa poi al concorso indetto per la Quinta Porta del Duomo di Milano vincendolo ex-aequo con Minguzzi nel 1952. Nello stesso anno firma con altri artisti il Manifesto del Movimento Spaziale per la Televisione ed espone per la prima volta in modo compiuto le sue opere spaziali alla Galleria del Naviglio di Milano. Scatenando di nuovo entusiasmo e sgomento, oltre a forarle, Fontana dipinge ora le tele, vi applica colore, inchiostri, pastelli, collages, lustrini, frammenti di vetro. E’ ormai noto e apprezzato anche all’estero. Nel 1957, in una serie di opere in carta telata, oltre ai buchi e ai graffiti appaiono, appena accennati, i tagli ai quali arriverà compiutamente l’anno successivo: dalle tele a più tagli colorate a velature a quelle monocrome intitolate Concetto spaziale, Attesa.


Mostre e partecipazioni a manifestazioni internazionali si susseguono a ritmo sempre più intenso: i musei, le gallerie e i collezionisti più sensibili acquistano le sue opere. Uomo di grande generosità, sempre pronto, anche quando materialmente non ne aveva ancora la possibilità, ad aiutare i giovani artisti, Fontana li incoraggia, ne acquista le opere, fa loro dono delle sue anche se, nella maggior parte dei casi, sa che saranno subito vendute.


In quegli anni Fontana realizza, oltre a sculture in ferro su gambo, una serie di opere in terracotta, note come Nature: sorta di sfere su cui interviene con larghi squarci o ferite a taglio; continua anche a eseguire lavori in ceramica di grande e di piccolo formato e a collaborare con i maggiori architetti per opere di environnement, denominate Ambiente spaziale, in cui impiega la luce come elemento innovativo, secondo una tecnica ripresa poi da altri artisti.


Negli anni ’60, di ritorno da New York, Fontana, ispirato dalle luci della città, realizza una serie di opere su lastre di metallo. Si dedica poi a una serie di dipinti ovali, a olio, tutti dello stesso formato, monocromi e costellati di buchi, di squarci, a volte cosparsi di lustrini, che chiama Fine di Dio. Lo stesso tema si ritrova, nel 1967, in una serie di ellissi in legno laccato a colori squillanti, pezzi unici realizzati su suo disegno. Tra il 1964 e il 1966 inventa i Teatrini: cornici in legno sagomato e laccato che racchiudono tele monocrome forate. Non abbandona però i “tagli”, cui rimane fedele sino all’ultimo, e nel 1966, per la sua sala bianca, con tele bianche segnate da un solo taglio verticale, la giuria internazionale della XXXIII Biennale di Venezia gli assegna il primo premio per la pittura.


Lasciata Milano e trasferitosi a Comabbio, paese d’origine della sua famiglia di cui aveva restaurato la vecchia casa colonica, muore il 7 settembre 1968.


La presenza di opere di Fontana nelle collezioni permanenti di più di cento musei di tutto il mondo sono un’ulteriore conferma dell’importanza della sua arte.

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