Iraq, uno sforzo per la democrazia

La democrazia in Iraq ha bisogno di tempo per crescere e diffondersi nella società e nelle istituzioni: è quanto afferma da Baghdad il sayyid Ammar al Hakim, capo della più importante formazione sciita del Paese,
che a proposito degli sforzi per arrivare alla tanto sospirata formazione del governo iracheno, si auspica la nascita di un esecutivo che sia rappresentativo di tutte le forze del Paese.

Il giovane al Hakim, leader del Supremo Consiglio islamico in Iraq (Scii) e succeduto al padre Abd al Aziz scomparso l’anno scorso. Nella sede del partito nella parte sud di Baghdad, con indosso il turbante nero e affiancato dai suoi addetti stampa, il sayyid ricorda che “l’Iraq è stato dominato per trent’anni da chi lo ha isolato dal mondo esterno. Nel icostruirlo cerchiamo di cominciare dalle anime dagli iracheni, per poi passare al Paese”.

“La democrazia – dice sorridendo – non è una pillola che si ingerisce e ti fa democratico. È una cultura che nasce e cresce all’interno della persona. Bisogna coltivarla e diffonderla nella società, così riusciremo a ripartire e ad
andare lontano”.

Nipote di uno dei più influenti Ayatollah della città santa di Najaf, Ammar è anche il nipote del celebre Sayyid Muhammad Baqir al Hakim, ucciso nel 2003 in un terribile attentato di fronte alla moschea di Najaf in cui riposa l’Imam Ali, genero del Profeta Maometto. Un autovettura carica di esplosivo saltò in aria nel corso delle preghiere, morirono più di ottanta persone. “Dopo sette anni di attentati e di efferata violenza – prosegue al Hakim – lo scorso marzo il 62% degli iracheni si è recato alle urne”. Da allora però sono passati oltre quattro mesi e tra contestazione dei risultati e negoziati politici dietro le quinte, il governo di Baghdad sembra ancora lontano dall’esser formato.

Per Hakim lo svolgersi delle elezioni è comunque “stato un grandissimo messaggio di democrazia e libertà. Siamo ben coscienti – afferma – delle grandi difficoltà che abbiamo davanti, ma abbiamo grande fiducia nel popolo iracheno, nella sua volontà e nella sua spiritualità, che ci permetterà di andare avanti verso la democrazia”. Sollecitato proprio sul nodo della creazione del futuro esecutivo, il leader sciita sottolinea come lo Scii, il Supremo consiglio islamico, in Iraq abbia “la maggioranza dei suoi componenti sciita”. “Ma questo – riprende – non vuol dire che il nostro obiettivo sia quello di un governo sciita. Noi immaginiamo un governo che possa rappresentare tutte le diverse tradizioni del Paese, tutte le sue componenti. Le leggi, per cui ci siamo battuti, sono solo quelle che perseguono l’interesse dei cittadini”.

Nonostante gli attriti con gli altri leader politici sciiti, Hakim afferma di avere “ottimi rapporti con tutti gli ayatollah iracheni e particolarmente con il Grand Ayatollah Sayyid Ali al Sistani, apprezziamo tanto il suo equilibrio nel processo politico iracheno e il suo astenersi dall’intervenire con parzialità nella vita politica del paese”. Con il giovane radicale Muqtada al Sadr e il suo movimento, con cui in passato i rapporti erano stati bellicosi, “abbiamo oggi buone relazioni”.

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