Il Friuli Venezia Giulia la regione piú accogliente

ROMA – Il Friuli Venezia Giulia è la prima Regione in Italia rispetto al potenziale di integrazione della popolazione straniera. Lo rivela l’VIII Rapporto sugli indici di integrazione sociale degli stranieri in Italia, presentato ieri a Roma nella sede del CNEL.
Il Rapporto, spiega l’assessore regionale a Istruzione, Università e Ricerca Roberto Molinaro, intervenuto alla presentazione dell’indagine, è stato redatto in collaborazione tra il Consiglio Nazionale Economia e Lavoro e il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Esso considera, sia il grado di attrattività che le Province, le Regioni e le grandi aree nazionali esercitano sugli stranieri presenti in Italia, sia il livello di inserimento sociale e occupazionale degli immigrati, nei vari contesti territoriali, e, complessivamente, a livello nazionale.
– Il Friuli Venezia Giulia – ha chiarito Molinaro – si colloca in cima alla graduatoria nazionale redatta tenendo conto del potenziale di integrazione, dell’indice di inserimento sociale, e del reddito della popolazione immigrata; mentre risulta al terzo posto per l’inserimento occupazionale, all’undicesimo posto come “polo di attrazione” territoriale, e al nono posto per la presenza di cittadini stranieri”.
Il Rapporto del CNEL, infatti, riferisce che in Friuli Venezia Giulia risiedono 100.850 stranieri, che sono pari all’8,2 per cento della popolazione complessiva di 1.234.079 abitanti; mentre la media nazionale è del 7 per cento. Nell’analisi dei principali fattori riferiti all’inserimento sociale, che considerano le precondizioni territoriali favorevoli, anche le Province del Friuli Venezia Giulia si trovano nella fascia alta della classifica: si collocano infatti tra il primo e il quattordicesimo posto. Gli indicatori economici considerati, dimostrano inoltre che nelle quattro Provincie della regione la popolazione immigrata conta su un reddito pro capite di gran lunga superiore rispetto a quello medio degli extracomunitari presenti in Italia.
Dall’indagine del CNEL emerge anche che gli stranieri residenti nel Friuli Venezia Giulia hanno buone possibilità di raggiungere l’indipendenza economica, e di accedere al mercato immobiliare. Due condizioni, queste, che si traducono in una maggiore incidenza di figli di extracomunitari nati in Italia, soprattutto tra i lavoratori occupati, e in una più consistente quota di lavoratrici immigrate che dispongono di un lavoro stabile.
Secondo Molinaro, la puntualità dei dati illustrati indica la validità del Rapporto del CNEL, in quanto strumento conoscitivo, nonché quale utile elemento di riferimento per l’orientamento delle future scelte regionali.
Molinaro ha rilevato che, dal 2008, dopo l’avvenuta abrogazione della legge quadro, le azioni messe in atto dalla Regione per l’integrazione della popolazione immigrata dipendono da una programmazione annuale, caratterizzata dall’individuazione di quattro fondamentali linee di intervento: l’istruzione e la formazione, anche per adulti; la casa; l’informazione; la mediazione linguistica finalizzata a rendere accessibili i principali servizi di pubblica utilità. Si tratta, ha proseguito l’assessore, di azioni mirate, oggetto di un costante monitoraggio sotto il profilo dell’impatto e dell’efficacia, che consentono di disporre di un quadro puntuale dell’effettiva integrazione dei cittadini immigrati nel Friuli Venezia Giulia.
Integrazione che Molinaro ha definito “un processo dinamico e bilaterale di adattamento”, nel quale incidono due variabili. La prima consiste nel rapido mutare delle condizioni socio economiche segnalate dagli indici di occupazione, che subiscono semestralmente modificazioni, talora anche significative. La seconda è rappresentata dall’atteggiamento e dalle determinazioni dei decisori rispetto alle condizioni di accesso a talune prestazioni sociali. L’incertezza delle condizioni, ovvero dei requisiti, quali la residenza protratta per un determinato arco di tempo nel territorio regionale, al di là dell’esclusione per intere fasce di popolazione rispetto ai servizi pubblico-sociali, rischia infatti di incidere negativamente sulla componente ‘soggettiva’ del processo di integrazione. (aise)