Monti tira dritto sull’art 18 Colle e Pd in pressing

ROMA – Il giorno dopo lo strappo con la Cgil, Mario Monti valuta l’impatto politico del mancato accordo sulla riforma del mercato del lavoro. E il quadro che gli si para davanti non è rassicurante. Il Pd di Pier Luigi Bersani è in enorme difficoltà: il segretario del Pd è decisamente irritato e alza i toni con il premier (‘’non può dirci prendere o lasciare’’), mentre il partito appare profondamente diviso. E al di là della minaccia di Rosy Bindi (il governo dura finchè rispetta ‘’dignità’’ delle forze che lo sostengono), il quadro è fosco, perchè i democratici chiedono al governo di modificare l’articolo 18, mentre il premier ha dichiarato che la partita sul tema è ‘’chiusa’’. E al momento non ha cambiato posizione.
– Non è cambiato nulla – spiega chi gli ha parlato, compreso però il fatto che il Parlamento è sovrano e il confronto avverrà lì. La proposta fatta, si ragiona, è l’unica possibile per evitare che salti la riforma. Il governo deve però decidere che atteggiamento tenere. E uno dei modi per farlo passa dalla scelta dello strumento legislativo con cui portare in Parlamento la riforma. E su questo, non si deve confrontare solo con i paletti del Pd, ma anche del Colle.
Anche il capo dello Stato, infatti, ha parlato della proposta del governo.
– Dopo che il governo avrà dato la forma legislativa ai provvedimenti conseguenti la parola passerà al Parlamento – ha detto Napolitano. Parole scelte non certo a caso. In particolare la scelta del plurale per ‘’provvedimenti’’ sembra confermare una delle ipotesi circolate: il ricorso cioè ad uno ‘spacchettamento’ della riforma in più strumenti. Quali? Anche in questo caso il Quirinale ha delle idee: avrebbe fatto sapere al governo infatti che sarebbe preferibile un veicolo normativo in grado di assicurare quel confronto parlamentare che lo stesso premier ha fatto capire di voler avere con le forze politiche. E questo sembrerebbe escludere il ricorso ad un decreto legge. O almeno per l’intera riforma.
Si sta dunque valutando l’ipotesi di più veicoli: un ddl e una legge delega. La seconda lascerebbe maggiori margini di manovra al Parlamento e potrebbe contenere le questioni più spinose, come l’articolo 18. Mentre il ddl, magari chiedendo ai presidenti delle Camere una procedura d’urgenza, potrebbe contenere le parti meno spinose. Perchè, come ripete Monti, il fattore tempo è importante e sarebbe meglio chiudere in fretta la partita.
La scelta sarà fatta, assicurano a palazzo Chigi, di comune accordo con il Colle. Un incontro, pur se da confermare, sarebbe stato fissato oggi, dopo l’incontro conclusivo con le parti sociali. Ieri, invece, come confermato sia da palazzo Chigi che dal Quirinale, non vi sono stati contatti. Giorgio Napolitano, però, ha fatto sentire la sua voce, richiamando tutti al massimo senso di responsabilità. Un invito rivolto ai sindacati, che forse si sono concentrati troppo sull’articolo 18 e non sul resto della riforma; ai partiti, che avranno il compito di dibattere la proposta in Aula; ma anche il governo.
Il Quirinale non può e non vuole entrare nel merito della riforma, che comunque giudica necessaria al Paese. Ma ritiene forse che qualche sforzo di ascolto in più potesse essere fatto.
Altri piccoli segnali, inoltre, sembrano indicare che da parte del Qurinale c’è la volontà di mettersi al riparo da strumentalizzazioni. Come ad esempio quando il presidente della Repubblica ha sottolineato che spetta all’Esecutivo la scelta dello strumento legislativo da usare. Monti, comunque, ha un altro problema: evitare pericolose spaccature nel Pd. A palazzo Chigi ritengono di poter spiegare la riforma e renderla digeribile anche al partito di Bersani. Del resto, riferisce chi parla regolarmente con Monti, ‘’gli altri sindacati hanno detto sì’’. L’intenzione dunque è di ‘’spiegare, spiegare e spiegare’’ che altra via non c’era. Anche con la Cgil. Al momento per eè presto per dire quanto in Parlamento il governo sia disposto a cedere.

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