Lega nella bufera: i soldi del ‘Carroccio’ alla famiglia Bossi

MILANO – Soldi pubblici gestiti ”nella più completa opacità” da almeno otto anni, tanto da far sorgere il sospetto che siano andati a coprire le spese personali, cene, alberghi e viaggi, dei figli di Umberto Bossi – tra cui Renzo ‘Il Trota’ sovvenzionato anche per la campagna elettorale – e della senatrice Rosi Mauro, ma anche la ristrutturazione della villa di Gemonio del leader del Carroccio. Fondi che sarebbero stati ”sottratti” alla casse della Lega pure per ‘prendere il volo’ verso la Tanzania e Cipro con investimenti su cui ora la magistratura vuole vederci chiaro. Cosi’ come vuole analizzare a fondo quei rendiconti elettorali, pare ‘truccati’, che hanno tratto in inganno i presidenti di Camera e Senato, cioè coloro che li hanno certificati dando il via libera a finanziamenti, come l’ultimo da circa ”18 milioni di euro”, irregolari.
Dopo le presunte tangenti del caso Boni arriva un’altra batosta che colpisce al cuore il Carroccio. Questa volta a finire nelle maglie della giustizia è Francesco Belsito, diventato non solo sottosegretario nell’ultimo governo Berlusconi, ma tesoriere della Lega. Questa mattina Belsito si è visto piombare negli uffici milanesi di via Bellerio, – crocevia di tre inchieste, una di Milano, una di Napoli e una di Reggio Calabria – la Guardia di Finanza e i carabinieri del Noe. Nell’indagine coordinata dal Procuratore aggiunto Alfredo Robledo e dai pm Roberto Pellicano e Paolo Filippini, è accusato, assieme agli imprenditori Stefano Bonet (già in affari con l’ex ministro Aldo Brancher) e Paolo Scala, di appropriazione indebita e truffa ai danni dello Stato. Due i filoni su cui i pm del capoluogo lombardo da tempo, anche in seguito alla denuncia di un militante della base leghista, hanno acceso i riflettori: il primo riguarda i fiumi di denaro finiti nelle casse del partito fondato da Bossi presentando rendiconti, questa l’ipotesi, ”irregolari”; il secondo la ”distrazione” di parte di quei fondi, alla fine dello scorso dicembre, da parte del tesoriere, non si sa in base a quali poteri statutari, per acquisire, tramite la Banca Aletti (dove la Lega ha un conto corrente), quote in un fondo Krispa a Cipro e quote in un fondo in Tanzania per circa ”6 milioni”. Operazioni, queste, avvenute per gli inquirenti con la complicità dei due imprenditori.
E proprio uno dei due imprenditori è anche complice di Belsito nella vicenda, autonoma rispetto a quella sull”andirivieni’ dei finanziamenti pubblici alla Lega, che riguarda la Siram, multinazionale che si occupa di energie rinnovabili e servizi ambientali, anch’essa perquisita dalla Gdf.
Dai primi accertamenti, tra il 2010 e l’anno scorso, i due avrebbero architettato una maxi truffa che, grazie a un giro di fatture false, avrebbe consentito al colosso di usufruire in modo indebito di un credito di imposta pari al 40 per cento dei costi sostenuti per l’attività di ricerca e sviluppo. E Belsito in questo caso si sarebbe speso come ”procacciatore d’affari” in virtù delle sue relazioni politiche, perchè anche sottosegretario. Ma il capitolo che ha provocato un terremoto in via Bellerio, dove oggi le Fiamme Gialle hanno sequestrato carte e pc in vari uffici – compresi quelli di Daniela Cantamessa, una delle segretarie di Umberto Bossi, di Nadia Dagrada, dirigente amministrativo e responsabile del settore gadget, acquisendo anche documentazione sul Sindacato Padano, fondato da Rosi Mauro – è quello, come si legge nel decreto di perquisizione, che riguarda la gestione della tesoreria del partito ”avvenuta nella più completa opacità sin dal 2004”.
Una ”gestione ‘in nero’ (sia in entrata sia in uscita) di parte delle risorse affluite alla cassa del partito”, soldi pubblici provenienti dal 4 per mille dell’Irpef o sotto forma di rimborsi elettorali, che, come emerge da una serie di intercettazioni riportate in un’informativa del Noe (a coordinare le indagini il ‘Capitano Ultimo’ che catturò Toto’ Riina), Belsito avrebbe anche usato per contribuire alle spese per gli svaghi dei figli del Senatur, ma anche in parte per la moglie di Bossi e per Rosi Mauro (non sono indagati): cene, alberghi e viaggi. E la ristrutturazione della villa di famiglia a Gemonio. In un intercettazione, infatti, si sente dire che quelle spese vanno a finanziare ”i costi della famiglia”. In sostanza, ci sarebbe stata una sorta di ‘via-vai’ di denaro e il tesoriere, che è stato anche nel cda di Fincantieri, avrebbe a volte anche versato sui conti della Lega soldi ”in misura superiore ai redditi da lui percepiti” – altro punto di indagine su possibili ‘fondi neri’ – o prelevato in banca somme in contanti, come i 95 mila euro del dicembre 2010 con giustificazione ”alimentare la cassa del partito”. E poi ancora quei sei milioni sottratti per essere dirottati negli investimenti in Tanzania e a Cipro e che Belsito dice di aver restituito alla Lega ma su cui gli inquirenti, che oggi hanno sentito numerosi testimoni, tra cui pare anche la stessa segretaria di Bossi, vogliono far luce. Così come vogliono fare chiarezza sui rendiconti per le spese elettorali finiti alla presidenza di Camera e Senato per il via libera ai rimborsi. Sull’ultimo, quello alla base dei 18 milioni erogati ad agosto, ci sono seri dubbi: si riferisce al 2010 e – scrivono i pm negli atti – ”vi è la prova della falsità”. BRU-Y6N/