Art. 18: torna il reintegro. Monti: «Di più non si può»

Pubblicato il 04 aprile 2012 da redazione

ROMA – Abbiamo acconsentito a rivedere l’articolo 18, così come chiesto anche dal Quirinale, con un compromesso accettabile per tutti i partiti, ma oltre non possiamo andare altrimenti i mercati potrebbero bocciarci con le conseguenze che ben conosciamo. La linea di Mario Monti, così riassunta da chi ha avuto modo di parlargli, riassume i timori che si respirano a palazzo Chigi sul fatto che lo spread, unitamente ai dati economici negativi, rischiano di vanificare parte degli sforzi fatti finora. Considerazioni che emergono chiaramente da una lettura attenta delle sue parole. Non solo quando parla di riforma ”storica” e di ”svolta” per una maggiore crescita, ma anche quando cita l’appello di Mario Draghi sulla necessità che il mercato del lavoro diventi più flessibile. Quello per cui il presidente del Consiglio si batte è una ”visione” nuova nel rapporto fra lavoratori e imprese in cui al datore di lavoro viene lasciato il diritto di decidere come gestire l’azienda, anche attraverso il licenziamento di chi è poco produttivo. Nella convinzione che solo così si possa recuperare competitività.
Una concezione diametralmente opposta a quella del Pd, preoccupato delle conseguenze che questo approccio potrebbe avere soprattutto sui lavoratori più in là con l’età. Ed è proprio nei confronti del partito di Bersani che Monti – anche in forza della ‘sponda’ offerta del Pdl che premeva sulla flessibilità in entrata – fa le maggiori concessioni. Pur con la consueta formula di cedere un po’ all’uno e un po’ all’altro.
Nella partita, iniziata ieri sera al tavolo con Bersani, Alfano e Casini (e proseguita in parte oggi, come testimonia una lunga telefonata fra il premier e Alfano) ha giocato un ruolo fondamentale il Quirinale che con la sua moral suasion ha spinto il Professore a sedersi ad un tavolo da lui stesso messo in dubbio in Asia. Giorgio Napolitano ha fatto in modo che non si consumassero pericolosi strappi fra il governo e la sua maggioranza, aprendo un ombrello che ha sì protetto Monti dalle fibrillazioni politiche, ma ne ha anche delimitato l’azione spingendolo verso un compromesso che il Professore, pur ritenendolo ”migliorativo”, ritiene il limite massimo oltre il quale l’intera riforma rischierebbe di essere snaturata. E che forse avrebbe preferito concedere in Parlamento, ben sapendo che in Aula richieste di modifiche e ritocchi sono inevitabili.
Ora però di margini ce ne sono davvero pochi e il rischio è che si varchi il limite oltre il quale mercati e istituzioni internazionali cambierebbero idea sulla riforma. Non a caso Monti ha detto che la ”tempistica” rapida dell’approvazione conta quasi quanto i contenuti del ddl. Indicativa in questo senso è la frase con cui affida al capo dello Stato la decisione se autorizzare la fiducia sul ddl che dimostra quanto il premier si appoggi all’autorità del Quirinale. Al Colle si sta valutando il testo del disegno di legge, anche se – si osserva in ambienti quirinalizi – non essendo un decreto si tratta di una mera verifica formale per la presentazione del testo alle Camere. Ma proprio la valenza economica che Monti e il ministro Fornero attribuiscono all’articolo 18 complica ulteriormente la partita. Un eccessivo ammorbidimento sul tema vanificherebbe gli sforzi di far tornare gli investimenti esteri in Italia, incoraggiando le imprese italiane a delocalizzare. Uno scenario che lo preoccupa anche in virtù di altri elementi preoccupanti: l’asta andata parzialmente invenduta dei titoli spagnoli, il differenzaile fra Btp e Bund che torna sopra quota 350, l’allarme lanciato da Financial Times sulla recessione e quello del Wall Street Journal sul rischio che l’austerity strangoli definitivamente l’economia italiana, sono tutti campanelli di allarme.
Insomma, come ha ripetuto Monti, ad essere ”quasi finita” è la crisi dell’Eurozona, non certo i rischi per l’Italia. In questo contesto il professore ritiene cruciale la riforma del lavoro, ”perchè solo Portogallo e, prima della riforma, Spagna hanno simili rigidità in uscita”, ripetono dal suo staff. Ecco perchè il suo auspicio è che l’esame, dopo l’intesa con ABC, sia ”sereno”, ovvero senza ulteriori bracci di ferro sul testo, e rapido. Speranza che potrebbe scontrarsi con la realtà, perchè come ha detto lo stesso Monti l’obietttivo è quello di rendere più ”prevedibile” possibile il mercato del lavoro. Un modo per dire che il governo tenterà di porre paletti molto stretti alla discrezionalità del giudice nel valutare il reintegro, riempiendo di contenuti quella ”manifesta insussistenza” prevista nel testo. Ed è su questo che potrebbe vertere il prossimo confronto in Parlamento.

L’Art-. 18 e la riforma

Nei casi di licenziamenti per motivo economico il giudice potrà decidere la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro in caso di ”manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo”. E’ questa la principale modifica al provvedimento di riforma del mercato del lavoro che il governo ha portato all’attenzione del Quirinale. Il testo, composto da 70 articoli in 8 capi e 80 pagine, raccoglie l’ultima mediazione politica. Prevede, tra l’altro, una riduzione del numero di mensilità previste per l’indennizzo e l’allentamento della stretta sulla flessibilità in entrata. Per i nuovi ammortizzatori sociali disegnati nel provvedimento sono previste risorse per 1,8 miliardi.
– ART. 18: è stato il punto più controverso e quello sul quale è stata inserita una modifica. Nel caso di licenziamento discriminatorio il giudice dispone la reintegrazione nel posto di lavoro quale che sia la dimensione di impresa. Nel caso di licenziamento disciplinare il giudice ha facoltà di scegliere tra reintegrazione e indennizzo (che passa dalle 15-27 mensilità prima previste ”a un minimo di 12 ad un massimo di 24 mensilità”, è scritto nel testo). Nel caso di licenziamento per motivi economici ritenuto illegittimo dal giudice il datore di lavoro sarà condannato al pagamento di un’indennità. Il testo inviato al Quirinale prevede – ed è la novità annunciata dal ministro Elsa Fornero – che nel caso di ”manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo” potrà prevedere anche la reintegrazione. Sarà sempre obbligatorio indicare i motivi del licenziamento. E’ prevista l’introduzione di un processo speciale abbreviato (prima udienza in 30 giorni, deposito sentenza in 10) per le controversie in materia di licenziamento. L’articolo 13 stabilisce anche l’obbligo del tentativo di conciliazione.
– NODO P.A., DELEGA A MINISTRO: Le norme della riforma del lavoro, prevede l’art.2 del testo inviato al Quirinale, ”costituiscono principi e criteri per la regolazione del rapporto di lavoro dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche”. Ma è previsto che il ministro competenti definisca con normative gli ambiti, le modalità e i tempi ”sentite le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche”.
– CONTRATTI: Si punta sull’apprendistato e sul suo valore formativo. Si collega l’assunzione di nuovi apprendisti alla stabilizzazione avvenuta in precedenza e si alza il rapporto tra apprendisti e lavoratori qualificati (da 1 a 1 a 3 a 2). Si collegano le nuove assunzioni alle stabilizzazioni avvenute in precedenza (30% nel periodo transitorio, 50% a regime). Stretta sui contratti a termine con la previsione di un intervallo di 60 giorni tra un contratto e l’altro (ora sono 10) per un contratto inferiore a 6 mesi e di 90 giorni per una durata superiore.
– STANGATA CO.CO.PRO: Definizione più stringente del progetto con la limitazione a mansioni non solo esecutive o ripetitive. Sono vietate le clausole che consentono il recesso prima della fine del progetto. Se manca un progetto specifico il contratto si considera di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Per i collaboratori è previsto l’aumento dell’aliquota contributiva di un punto l’anno fino a raggiungere nel 2018 il 33% prevista per il lavoro dipendente (fino al 24% per chi è iscritto a gestione separata e ad altre gestioni o pensionati).
– ASPI: la nuova assicurazione sociale per l’impiego è -destinata a sostituire a regime, nel 2017, l’indennità di mobilità e le varie indennità di disoccupazione. Ne potranno usufruire oltre i lavoratori dipendenti anche gli apprendisti e gli artisti purché possano contare su 2 anni di anzianità assicurativa e 52 settimane di lavoro nell’ultimo biennio. Sarà pari al 75% della retribuzione fino a 1.150 euro e al 25% oltre questa soglia per un tetto massimo di 1.119 euro lordi al mese. E’ prevista una fase transitoria per il passaggio del periodo dagli 8 mesi attuali (12 per gli over 50) ai 12 dell’Aspi (18 per gli over 55). La contribuzione è estesa a tutti i lavoratori che rientrino nell’ambito di applicazione dell’indennità. L’aliquota è pari a quella attuale per i lavoratori a tempo indeterminato (1,3%) ma sarà gravata di un ulteriore 1,4% per i lavoratori a termine (da restituire in caso di stabilizzazione del contratto). Andrà a regime nel 2013.
– CONTRIBUTO LICENZIAMENTO: Il datore di lavoro nel licenziare dovrà versare all’Inps mezza mensilità ogni 12 mensilità di anzianità aziendale negli ultimi tre anni.
– CIGS: La necessità di eliminare a decorrere dal 2014 i casi in cui la cassa integrazione straordinaria copre esigenze non connesse alla conservazione del posto di lavoro porta all’eliminazione della causale per cessazione di attività. La Cigs viene estesa a regime per le imprese del commercio tra i 50 e i 200 dipendenti, le agenzie di viaggio sopra i 50 e le imprese di vigilanza sopra i 15.
– FONDO SOLIDARIETA’ PER SETTORI NON COPERTI DA CASSA INTEGRAZIONE: per le aziende non coperte dalla cig straordinaria arriva un fondo di solidarietà. La contribuzione dovrà essere a carico del datore di lavoro (2/3) e del lavoratore (1/3) e ci sarà l’obbligo di bilancio in pareggio.
– TUTELA LAVORATORI ANZIANI:Sono possibili accordi per esodi di lavoratori anziani (che raggiungano la pensione nei quattro anni successivi al licenziamento) e la loro tutela con un indennità in attesa della pensione con costi sui datori.
– 3 DELEGHE: La riforma comprende anche 3 deleghe: una riguarda i tirocini formativi, una le politiche attive per i servizi del lavoro, sulle quali le regioni hanno un competenza esclusiva o concorrente, la terza l’apprendimento permanente. Queste tre deleghe sono scritte.

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