Mostre: l’enigma della città ideale a Urbino

di Nicoletta Castagni

URBINO – Tra le immagini pittoriche più famose al mondo, e anche tra le più enigmatiche, la Città ideale è al centro di una grande mostra che si apre domani a Urbino, nelle sale di quel Palazzo Ducale ancora oggi simbolo della civiltà del Montefeltro, dell’assoluta armonia tra le arti, le scienza, la concezione filosofica del mondo.
Esposte 50 opere straordinariamente preziose, L’utopia del Rinascimento a Urbino nasce da un’idea di Lorenza Mochi Onori, ora direttrice regionale per i Beni culturali e paesaggistici delle Marche, che dal 2003 sognava di riunire nella Galleria Nazionale delle Marche di Palazzo Ducale le tre versioni della grande tavola, la cui realizzazione è ancora avvolta nel mistero. Forse delle spalliere o copri porta, dipinte con grande maestria pittorica, profonde conoscenze architettoniche, matematiche e prospettiche, nei secoli sono state attribuite al Laurana, a Leon Battista Alberti, a Piero della Francesca, senza che sia mai emerso nessun indizio certo.
Con la dispersione del patrimonio urbinate, due versioni sono oggi custodite rispettivamente al museo di Baltimora e a quello di Berlino, quest’ultima in cattive condizioni di conservazione, tanto che il museo non ha concesso l’autorizzazione al prestito. Quindi sono solo due le tavole che si fronteggiano nella mostra urbinate, in un percorso espositivo che, spiega la Mochi Onori, illustra come dal Medioevo si sia sviluppata l’immagine della città e come solo ad Urbino sia nata ” la sua rappresentazione quale momento filosofico e politico di equilibrio totale”. Un’armonia che dopo il regno di Federico di Montefeltro andò presto perduta, per trasformare l’espressione artistica della città in un mero simbolo del potere temporale. Per capire la differenza, prosegue la studiosa, basti pensare a Palazzo Ducale, la cui struttura, progettata dai maggiori architetti del tempo, era aperta al popolo, in una relazione di condivisione ideale con gli organi di governo e il signore. In occasione della mostra (costata circa un milione di euro), ha aggiunto Vittoria Garibaldi (curatrice con la Mochi Onori), é stato avviato un progetto di ricerca che coinvolge le università di Urbino, Bologna, Perugia e il Metropolitan Museum sulle tre enigmatiche tavole, per sottoporle ad approfondite indagini diagnostiche, da cui sono già emersi alcuni risultati importanti.
La spettrografia, ha aggiunto la soprintendente di Urbino Maria Rosaria Valezzi, ha rivelato nella tavola urbinate il buchino del compasso da cui l’autore ha fatto partire le linee di fuga, i contorni delle architetture delimitate da incisioni, il carboncino usato per i particolari, il pentimento dell’edificio centrale, in origine di forma quadrata, divenuto poi il famoso tempio rotondo dalle suggestioni classiche. Inoltre è stata evidenziata una tecnica pittorica magistrale, con l’uso di colori raffinati, tra cui il lapislazzuli per le diverse variazioni d’azzurro. Il che fa pensare che l’Alberti non abbia potuto realizzare l’opera, in quanto non si conosce in lui una tale perizia realizzativa, così come sembra cadere l’ipotesi del Laurana, ormai morto nel 1490 quando gli ultimi studi hanno datato l’opera. Anche Piero della Francesca era ormai vecchio e cieco. Sembra però probabile, ha proseguito la Valezzi, che l’opera sia di fattura fiorentina, il clima però è sempre quello della Divina Proporzione nata alla corte dei Montefeltro, dove operavano le eccellenze del tempo. Una divina proporzione che rivive nella meravigliosa piccola tavola di Perugino, un’Annunciazione di collezione privata, o nel disegno di Raffaello custodito agli Uffizi in cui il genio urbinate traccia l’ardita prospettiva di uno scorcio cittadino. Edicole, portici, tempietti, logge si susseguono nelle tavole di Fra Carnevale, Domenico Veneziano, Lo Scheggia, capolavori del ‘400 tenuti ancora adesso insieme dalla grande utopia montefeltrina della citta’ ideale.