Maroni: «Io segretario? Non è detto»

Pubblicato il 15 aprile 2012 da redazione

ROMA La scopa imbracciata da Roberto Maroni sul palco di Bergamo ha ramazzato quel che poteva, ma si é dovuta fermare sulla soglia del potere istituzionale. L’espulsione di Rosy Mauro dal partito ma non ancora dal gruppo rimane un rompicapo e tale è destinata a rimanere ancora per qualche tempo. Il vicepresidente vicario del Senato è la figura più rappresentativa della Lega Nord nelle istituzioni “romane”. Da lì non può essere rimossa perché, come ha ricordato ancora il presidente Schifani, l’istituto della sfiducia non è previsto per la sua carica (come non lo era, a suo tempo, per il presidente della Camera).
Intanto Maroni, in un’intervista, fa sapere che ‘’dopo Bossi non verrà un nuovo Bossi” perché “un leader carismatico è per sua natura insostituibile”. Verrà “un nuovo assetto e una nuova squadra” ma a guidarla potrebbe anche non essere Roberto Maroni. Resta il fatto che Bossi padre e figlio si sono dimessi, da segretario del Carroccio e da consigliere regionale, evitando così di complicare il lavoro di pulizia (educato eufemismo, per non parlare di una più concreta epurazione).
Dovrebbe toccare oggi a Monica Rizzi, assessore lombardo allo Sport. E poi scendendo per i rami. Ma per Rosy Mauro, dopo la sua espulsione dal partito decretata giovedì 12 aprile dal Consiglio federale, la macchina della pulizia leghista si è dovuta arrestare sulla soglia del Senato. Per mille ragioni. Alcune oggettive, come l’impossibilità di sfiduciare il vice presidente vicario, istituto non previsto né dal Regolamento e meno che mai nella Costituzione. Altre, invece, di opportunità politico-istituzionale. Dopo l’annuncio, mercoledì 11 aprile, dei gruppi del Pd e dell’IdV di abbandonare l’Aula durante i turni di presidenza della senatrice Mauro, si è dovuto fare avanti il presidente Schifani per rasserenare il clima offrendosi di presiedere al posto della senatrice leghista. Decisione apprezzata senza distinzione da tutti i gruppi.
Per la sua durata, Schifani, ha ricordato ieri, confida “nel senso di responsabilità di tutti e quando dico tutti vuol dire tutti, perché la vicenda possa trovare una serena ed equa soluzione”. Rimane il rebus della sua appartenenza al gruppo. E’ vero che mercoledì, cioé prima della espulsione dal Carroccio, era stato lo stesso presidente dei senatori Federico Bricolo, intervenendo in Aula, a chiedere le dimissioni di Rosy Mauro. Una richiesta formale, ma carica di sostanza politica: il sottinteso era che un simile gesto avrebbe potuto, al pari di Umberto e Renzo Bossi, evitare decisioni drastiche del partito.
La senatrice, per niente intimorita dagli epiteti con cui è stata apostrofata, non ha inteso ragione. Irremovibile, e dunque coerente con la sua natura battagliera. Prima e dopo la sua espulsione dal partito, Rosy Mauro ha ricevuto alcuni senatori leghisti, come il vice presidente del gruppo Sandro Mazzatorta. Se e quando sarà espulsa dal gruppo non è ancora prevedibile e neppure sicuro. Secondo fonti parlamentari, l’espulsione di Rosy Mauro potrebbe addirittura spaccare il gruppo al Senato. Si ragiona anche sul ritorno politico pressoché nullo dalla sua espulsione: infatti Mauro resterebbe vice presidente vicario del Senato e la Lega perderebbe il suo rappresentante nelle istituzioni. Più utile agli equilibri della Lega sarebbero le dimissioni spontanee di Mauro, perché in tal caso quella casella vuota restituirebbe un buon potere negoziale al Carroccio. Tutto lascia credere che sul “dossier Mauro” si depositerà un po’ di polvere nel gruppo leghista al Senato.

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