MY WAY: Social network e capelloni

Credo sia difficile che il nome Instagram possa dire qualcosa a molti di voi: probabilmente, il nome non vi dice assolutamente nulla. Qualcuno tra i più creativi potrá pensare, ad esempio, che il termine sia la traduzione inglese della parola italiana ‘istogramma’, che pur non sapendo, magari, cosa vuol dire, ci fa associare il tutto ad una rappresentazione grafica di un’analisi di tipo matematico o qualcosa del genere. Prima di svelare l’arcano vi posso dire che Instagram vale ben mille milioni di dollari: non male per un qualcosa dal nome cosí insulso all’apparenza. In realtá Instagram è una societá privata americana, con appena tredici impiegati, che è stata recentemente aquisita dal giovane colosso dei social network Facebook (questo sì lo conosciamo tutti!), per la cifra sopra menzionata. Per i più curiosi, prima che l’altrettanto famoso Google ci indirizzi verso la risposta corretta, si tratta di una societá che ha creato un’applicazione software per gestire le fotografie scattate con l’iphone, il telefonino intelligente tuttofare.
L’aspetto interessante, al di lá di quello commerciale, è rappresentato dalla grandissima importanze che hanno oggigiorno i social networks capaci, non a caso e in pochi anni, di creare aziende multimilionarie. Questo perché tutti hanno capito quanto sia importante creare piattaforme che permettano di interagire, comunicare e trasmettere messaggi attraverso i social networks. Il modo di comunicare e di relazionarsi tra gli individui è profondamente cambiato da circa dieci anni a questa parte. Ciò fa sì che un social network sia un luogo di ritrovo più importante di una qualsiasi piazza mondiale, sia essa piazza di Spagna a Roma o Times Square a New York. L’utente di Facebook, la ‘rete sociale’ per antonomasia, non vi accede per cercare informazioni specifiche ma con la stessa attitudine con la quale una persona di un qualunque paesino italiano si reca in piazza per dare un’occhiata in giro e ‘vedere un pò cosa si dice’. A livello psicologico il processo è esattamente lo stesso, con la differenza che la piattaforma virtuale del social network ci permette di interagire con un numero infinitamente più elevato di persone, senza limiti di tempo e, contemporaneamente, da spettatore indiscreto o da persona direttamente coinvolta in un breve scambio di battute. Questo le aziende tecnologiche lo hanno capito molto bene, per cui qualsiasi cosa (tecnicamente ‘applicazione’) che sia volta a rendere la piazza virtuale più bella, attraente per gli utenti, conferisce all’azienda che la produce un enorme valore di mercato. Chi non lo capisce è fuori, anche se si tratta di colossi come Yahoo o Sony, non a caso in forte declino: la prima licenzierá duemila impiegati di un sol colpo (pari al 14% del totale), la seconda ha annunciato perdite per cinquemila milioni di dollari ed un piano di rilancio che prevede il licenziamento di diecimila posti di lavoro (il 6% del totale). Al contrario, Twitter, non a caso un altro social network, è in forte crescita e sta aprendo filiali in Gran Bretagna e negli Stati Uniti.
L’impatto socialmente rivoluzionario paragonabile, a mio avviso, addirittura al fenomeno dei Beatles, cambia anche l’idea di ricchezza e di status simbol nell’immaginario collettivo. Come i capelloni ed i pantaloni a zampa d’elefante diffondevano una nuova cultura ed un nuovo stile di vita negli anni ´70, così oggi l’idea del manager di successo è rappresentata da giovani trentenni con maglietta e scarpe da ginnastica, che probabilmente hanno indossato la cravatta soltanto in occasione di qualche festa goliardica universitaria. Insomma, il nuovo avanza ed è giusto che sia così. Speriamo, però, che il vecchio si faccia da parte e abbia la volontá e la lungimiranza di abdicare: sarebbe un bene per tutti, nessuno escluso.

Andrea De Vizio

andreadevizio@hotmail.com
Twitter: @andreadevizio

Condividi: