Oratino

Pubblicato il 19 aprile 2012 da redazione

Nel XII secolo il borgo si chiamava Loretinum, nel XV Ratino, quindi Loratino e Oratino. Da dove derivi il nome, non si sa. Secondo il parroco del paese d’inizio Novecento, dalla radice greca Or sarebbe derivato il latino Oratenus, che starebbe per “visibile dappertutto”, quindi “luogo panoramico”.

La Storia
1251, il primo documento che rileva l’esistenza del borgo – di probabile origine normanna – è l’inventario dei beni presenti nelle chiese molisane, tra cui quella di Santa Maria castri Lorateni.
1268, il borgo è feudo angioino, in possesso di Eustachio d’Ardicourt; tra i feudatari che si succedono, si ricordano Giovanni di Lando durante il regno di Carlo II d’Angiò, e Pietro di Sus.
1333, re Roberto assegna Oratino alla propria consorte, la regina Sancia.
1456, il borgo è distrutto dal terremoto del 5 dicembre; l’antico abitato a valle viene abbandonato e la popolazione si insedia nell’attuale centro abitato.
1512, dopo il cataclisma politico seguito alla calata di Carlo VIII, il feudo passa da Ferrante di Capua alla famiglia Caracciolo.
1586, Oratino appartiene ai Di Silva, famiglia patrizia di origine spagnola; nel 1630 passa a Ottavio Vitaliano, alla cui dinastia rimane fino al 1699, quando il titolo di duca è ceduto a Marco Antonio della famiglia Giordano.
1762, diventa duca di Oratino Giuseppe Giordano, letterato illuminista.
1805, un grave terremoto colpisce il paese, causando il crollo di una parte del palazzo ducale.
1901, Oratino raggiunge il massimo della popolazione con 2344 abitanti (erano quasi 2000 nel 1825 e 1224 nel 1741).

L’abilità
delle maestranze locali
Tra Sei e Ottocento, grazie soprattutto al mecenatismo dei duchi Giordano, il piccolo villaggio di Oratino ha potuto vedere stampata sulle sue facciate la grazia infusa ai materiali dagli artigiani locali. I portali, i balconi, le balaustre delle dimore gentilizie, così come gli interni delle chiese, sono opera di fabbri, scalpellini, doratori, vetrai e pittori che nelle loro botteghe hanno creato un’arte coesa e nient’affatto plebea. Nel 1781 uno storico scrive di Oratino che “vi si coltivano molte arti di gusto”. In effetti, non ci sono altri centri del Molise che possano vantare una tale concentrazione di artisti e artigiani. Molti di loro, formatisi in ambiente napoletano, hanno lasciato tracce sino alla Capitanata, al Sannio beneventano e all’Abruzzo. Iniziamo dunque la nostra visita dalla Chiesa di Santa Maria Assunta, nel centro storico. Dell’edificio si ha notizia già nel 1251. Più volte rimaneggiata, soprattutto dopo il terremoto del 1456, conserva nella volta della navata centrale l’Assunzione della Vergine, un affresco di Ciriaco Brunetti terminato nel 1791. Piace, dell’artista di Oratino, la vena rocaille che affiora in particolare negli studi preparatori per decorazioni di volte, soffitti e trompe-l’oeil. Nella stessa chiesa si apprezza un ostensorio d’argento realizzato nel 1838 nella bottega di oreficeria di Isaia Salati, nipote di Ciriaco Brunetti. Per vedere, invece, l’arte applicata all’intaglio del legno, bisogna uscire dal borgo e recarsi extra moenia alla Chiesa di Santa Maria di Loreto. Qui troviamo due interessanti statue, la Madonna del Rosario dello scultore secentesco Carmine Latessa, e quella di Sant’Antonio Abate di Nicola Giovannitti, datata 1727. Tipica chiesetta di campagna, si presenta con la facciata del 1718; è stata ampliata in lunghezza, nella prima metà dell’Ottocento, per tutto l’attuale presbiterio. La volta della navata centrale e le due laterali sono state dipinte dai fratelli Ciriaco e Stanislao Brunetti. Torniamo ora nel borgo per continuare il nostro giro. Uno sguardo merita il Palazzo Ducale, nato come castello fortificato nel XIV secolo, trasformato in residenza gentilizia nel XVIII, e oggi purtroppo di proprietà privata. Magnifici portali in pietra, come quelli di Palazzo Ducale e di Casa Giuliani, ci inducono a ricordare gli artisti oratinesi che non abbiamo ancora citato: lo scalpellino Domenico Grandillo, lo scultore Silverio Giovannitti, gli indoratori Giuseppe Petti, Agostino Brunetti, Modesto Pallante, i pittori Benedetto Brunetti, espressione della cultura tardo manierista, e Nicolò Falocco, con i suoi disegni a sanguigna fitti di chiaroscuri, indicato come discepolo del Solimena, il massimo esponente della pittura napoletana d’inizio Settecento. Passeggiando per via Piedicastello, o lungo piazza Giordano in una sera d’estate, o ancora affacciandosi al belvedere per ammirare la morbida e asprigna (siamo nel borgo “bifronte”!) vallata del Biferno, si riesce a cogliere qualcosa di misterioso in questo luogo. Come se l’ottima pietra locale lavorata, incisa e perduta nelle traversie dei secoli, il cui emblema è la torre medievale che si erge spezzata e solitaria su dirupi da brivido, ripetesse l’eterno andare delle transumanze. L’alto roccione difeso da mura sannitiche ancora sorveglia gli antichi percorsi delle greggi, le vie d’erba che scendevano dall’Appennino seguendo la naturale conformazione dei luoghi. Spariti i tratturi e la trama di relazioni sociali che il lento incedere delle mandrie consentiva, ci restano i sapori del pane, dell’olio, dei formaggi e gli ultimi fuochi della civiltà pastorale e contadina, accesi la notte di Natale quando il giorno è più corto, ma la speranza cresce.

Il prodotto del borgo
I legumi. Ceci e cicerchie sono gli ingredienti, con il grano, delle lessate, il piatto che viene cucinato sul sagrato della chiesa il 17 gennaio, mentre arde il falò acceso in onore di Sant’Antonio Abate.

Il piatto del borgo
La Valle del Biferno è zona di grande tradizione gastronomica. Tra i primi, ricordiamo la minestra di laganelle (piccole lasagne fatte a mano) e fagioli. Tra i secondi, menzione speciale per il tipico cacio e ova con salsiccia, ossia un composto di formaggio di capra e uova cotto nel sugo di salsiaccia.

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