Andreotti, divo o belezbù mezzo secolo di potere

Pubblicato il 03 maggio 2012 da redazione

ROMA – Una bronchite forse non ben curata che ha provocato una crisi respiratoria severa che a sua volta ha mandato in tilt il cuore per alcuni attimi. Queste le cause che hanno portato al ricovero d’urgenza del senatore a vita Giulio Andreotti ora in cura nel reparto di rianimazione del policlinico Gemelli.

‘’Le condizioni di salute del senatore sono severe ma stabili e la prognosi È riservata’’, recita lo scarno comunicato dei medici che lo stanno seguendo al dipartimento di emergenza. E ieri, in serata, i sanitari hanno registrato i segni di un miglioramento dei parametri cardiaci e respiratori dati che indicano una positiva risposta alle cure, anche se è prematuro prevedere quando verrà sciolta la prognosi.

– Le condizioni del presidente sono preoccupanti data l’età ma si sta riprendendo – rassicura il genero di Andreotti, Marco Ravaglioli. ºTant’e’ che il senatore, 93 anni, dopo la crisi avrebbe ripreso il suo humor: quando gli hanno fatto notare che la sua stanza era la numero diciassette – ha riferito il genero – ha commentato dicendo che non è superstizioso.

Andreorri è il politico italiano più blasonato: sette volte alla guida del governo, innumerevoli volte ministro, campione delle preferenze nelle liste della Dc. Ma per i suoi nemici è ‘’Belzebu’’’, circondato da una fama di politico cinico e machiavellico che lui stesso, in fondo, ama coltivare. In più di mezzo secolo di vita pubblica, più di ogni altro governante, Giulio Andreotti è stato identificato come l’emblema di un potere che nasce e si alimenta nelle zone d’ombra. Tanti i dubbi e i sospetti che hanno accompagnato la sua vicenda politica: il più infamante, quello di essere sceso a patti con la mafia. Per qualcuno bastava già la lunga amicizia con Salvo Lima, suo luogotenente in Sicilia, per considerare Andreotti come un politico disposto al compromesso con Cosa Nostra. Poi arrivò Buscetta a raccontare la storia del bacio a Toto’ Riina. I colpevolisti erano di gran lunga più numerosi. Ma Andreotti sfidò i giudici andando a tutte le udienze del processo che lo vedeva imputato, la testa china sui suoi appunti, contestando l’accusa fino alla sentenza definitiva di assoluzione.

Andreotti è nato a Roma il 14 gennaio 1919.

– Quell’anno sono nati il Ppi di Sturzo, il fascismo e io. Di tutti e tre sono rimasto solo io – si gloriava ultimamente. Da giovane, era un ragazzo religioso, studioso, molto serio, la schiena gia’ lievemente incurvata e le idee chiare sul suo futuro. Si dice che fu il Papa in persona, Pio XII, a volerlo alla presidenza della Fuci al posto di Aldo Moro. Dopo pochi anni si ritrovo’ catapultato nelle stanze dei bottoni grazie all’ottima impressione che aveva fatto al leder della Dc Alcide De Gasperi. Nel 1946, a 28 anni, era già sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con una delega particolare per lo spettacolo. Ma l’ambizione lo spingeva verso altri palcoscenici. Nel 1954 fece il salto e diventò ministro. Il suo feudo elettorale era la campagna a sud di Roma, da dove proveniva la sua famiglia. Politicamente rappresentava l’ala più conservatrice e clericale della Dc, i suoi avversari interni erano i fautori del centrosinistra. Ottime le sue entrature in Vaticano, estesissima la sua rete di contatti internazionali.

Fu nel 1972 che riusci’ ad arrivare alla presidenza del Consiglio. Lo scelsero con scarsa convinzione, per dar vita a un governo di centro dalle scarse prospettive. E infatti fu il governo più breve della storia repubblicana: solo 9 giorni, dalla fiducia alle dimissioni. Ma il nostro non si scoraggiò. Già allora sapeva che ‘’il potere logora chi non ce l’ha’’ e che ‘’a pensare male si fa peccato ma di solito ci si indovina’’. Queste due massime rappresentano la sintesi perfetta del pensiero politico andreottiano e sono ormai espressioni comuni. Per una di quelle curiose alchimie della politica che caratterizzavano la prima repubblica, fu lui, l’uomo della destra Dc, a essere chiamato a guidare i governi di solidarietà nazionale, alla fine degli anni settanta, con l’appoggio esterno del Pci. Emblematico il suo rapporto con Craxi. Il leader socialista non lo vedeva di buon occhio e fui lui a coniare il soprannome di Belzebu’. Ma qualche anno dopo dopo, di nuovo a Palazzo Chigi, Andreotti strinse un patto di ferro proprio con Craxi : erano gli anni del ‘’caf’’ (dalle iniziali di Craxi , Andreotti e Forlani) e l’opposizione di sinistra lo considerava come il peggio del peggio della politica italiana. Il film ‘’Il Divo’’ di Sorrentino lo ritrae come responsabile o complice di mille nefandezze. Lui stava per querelare, ma poi preferì lasciar correre: era più andreottiano così: forse anche perchè, altra sua perla di cinica saggezza, ‘’una smentita è una notizia data due volte…’’

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