Comunali: test di fuoco per partiti e governo

ROMA – Le elezioni amministrative in Italia hanno sempre avuto un sapore politico. Dovrebbero valutare i risultati di sindaci e governatori dopo cinque anni di governo, ma in realtà sono state più volte all’origine di grandi rivolgimenti. Basti pensare alle regionali del 1975 che condussero per la prima volta il Pci al sorpasso sulla Dc o a quelle del 2000 che determinarono la caduta del governo D’Alema. Difficile negare che le elezioni di domenica prossima abbiano assunto il peso di un vero test di medio termine per il governo tecnico e la ‘’strana maggioranza’’ che lo sostiene. Un po’ per la crisi economica internazionale che rende difficile il compito degli esecutivi nazionali e un po’ per il parallelo sovrapporsi di appuntamenti chiave quali le presidenziali francesi, le elezioni locali in Germania, il referendum in Grecia sull’euro.

Ad essere sotto esame sono la stessa Europa e il sistema della moneta unica. Impressiona dunque che, a dispetto dell’importanza cruciale dell’appuntamento, i partiti si presentino davanti ai cittadini in ordine sparso. Certo, la Grande Coalizione che sostiene Monti ha fatto saltare i vecchi schemi: le larghe intese all’insegna della responsabilità nazionale hanno mandato in soffitta da una parte l’asse del Nord e dall’altra la foto di Vasto. Il terzo polo ambisce addirittura a fare della Grosse Koalition in salsa italiana lo schema politico di base dei prossimi anni: perchè l’emergenza non è finita e ci sarà bisogno ancora a lungo dei ‘’professori’’, pronostica Pierferdinando Casini. Ma allora non si capisce come mai l’alleanza a tre non abbia registrato sul territorio un solo accordo significativo che riproduca l’intesa di livello nazionale. L’unico successo che lo schema politico voluto dal Quirinale può vantare è quello della scomposizione: la Lega di Umberto Bossi si presenterà ovunque da sola, nonostante la corte di Angelino Alfano che ha tentato fino all’ultimo di mantenere vivo un collegamento con il Carroccio.

Anche il Pd appare isolato: persino in Sicilia, un laboratorio politico per eccellenza, l’alleanza con Antonio Di Pietro è finita in pezzi. L’Idv non ha accettato l’esito delle primarie locali e si presenterà a Palermo con Leoluca Orlando candidato sindaco in competizione con Fabrizio Ferrandelli che aveva vinto la primarie del centrosinistra. Eppure a ben vedere questo è solo un passaggio intermedio. Nei comuni oltre 15.000 abitanti, infatti, sono prevedibili una serie di ballottaggi se nessun candidato supererà il 50 per cento dei voti. Il che è possibile in un quadro di grande frammentazione.

Ciò significa che si assisterà, con ogni probabilità, alla riedizione di vecchie alleanze; ma in molti comuni sarà decisivo il sostegno del terzo polo il quale se ambisce a coltivare un vero ruolo politico, non potrà imitare il non allineamento di Marina Le Pen in Francia. In altri termini: i ballottaggi ci diranno se davvero certe alleanze sono morte, quella del Pdl con la Lega (che a livello locale ha resistito a molte intemperie) e quella del Pd con Idv e Sel. Naturalmente dall’esito degli apparentamenti dipenderà anche il futuro delle forze d’opposizione: ciò spiega la decisione di Umberto Bossi di ricandidarsi alla guida della Lega e il calcolo di Nichi Vendola di trasformare Sel (a cui i sondaggi attribuiscono circa il 7 per cento dei voti su scala nazionale) nel partner di riferimento di un Pd sottratto all’ attrazione dell’orbita centrista.

Tutti dovranno fare i conti con variabili indipendenti: l’astensionismo in crescita (che rischia di diventare la prima area politica italiana, l’ascesa impetuosa di Beppe Grillo che i sondaggi segnalano ormai quale vera terza forza del panorama politico (vicina all’otto per cento dei voti) e il boom delle liste civiche: 2742 in tutto. Si tratta di lementi ascrivibili all’area della protesta e come tali difficilmente classificabili. Il Movimento 5 stelle non è interessato (per ora) ad alleanze, nemmeno con quel Di Pietro con il quale non sono mancati scontri. Quanto all’astensione, è forse il caso di ricordare che la sua esplosione nelle politiche del 1983 segnò di fatto l’inizio del declino della Dc. Ne deriva che se la frammentazione di protesta dovesse rivelarsi il vero vincitore del turno elettorale, sarebbero a rischio anche le riforme istituzionali e della legge elettorale. La riorganizzazione dei partiti richiederebbe tempi più lunghi di un semplice accordo d’emergenza.