Sequestri, morto a Caracas il primo pentito dell’Anonima sarda

Pubblicato il 17 maggio 2012 da redazione

SASSARI. Luciano Gregoriani, 65 anni, è morto a Caracas, stroncato da una crisi cardiaca. Fu il primo collaboratore nella storia del banditismo sardo: con le sue rivelazioni, consentì all’allora giudice istruttore Luigi Lombardini (suicidatosi nell’agosto del 1998) di sgominare la banda che aveva commesso una decina di sequestri.

Gregoriani era svanito nel nulla nel gennaio del 1986, poco prima della sentenza d’appello del processo contro l’Anonima sequestri, portando con sé tutta la sua famiglia. Ufficialmente latitante (avrebbe dovuto scontare 11 anni di carcere), aveva però in tasca un passaporto regolare e addirittura un’autorizzazione all’espatrio firmata dalla corte d’assise di Cagliari.

Ricomparve nel 1998, quando i carabinieri del Ros lo scovarono in Venezuela, dove nel frattempo si era fatto cittadino venezuelano. Ma sorprendentemente scelse di tornare in Italia e finì a Rebibbia. Poi svanì di nuovo, probabilmente ancora in Sudamerica e forse in Australia.

Ma chi era realmente Luciano Gregoriani? Gregoriani, che i giornali definirono il “Joe Valachi sardo” e gli ex complici traditi chiamavano “Giuda” e “Gola profonda”, era stato fino ad allora un uomo invisibile.

Nato a Silanus nel 1947, si era trasferito ancora ragazzo a Santu Lussurgiu per seguire il suo datore di lavoro. Si sposò giovane con Franca Porcu dalla quale ebbe 7 figli. Faceva il camionista viaggiando in tutti i paesi dell’Alto Oristanese. Dopo qualche anno, decise di mettersi in proprio acquistando un mezzo. Ma gli affari gli andarono male. Così si inventò allevatore di galline e iniziò a frequentare gli ambienti malavitosi dove maturavano i sequestri, dove riuscì a conquistare un ruolo di un certo rilievo.

– Nel 1979 gli affari andavano a rotoli – spiegava nel corso del processo a Cagliari – la mia impresa di autotrasporti era a terra e le tasche erano vuote per dare da mangiare ai miei sette figli. Presidente, nei sequestri ci sono entrato per necessità.

Resta ancora oggi da capire quale fu il vero ruolo di Luciano Gregoriani. Se fu cioè uno strumento consapevole nelle mani di Lombardini, che aveva bisogno di una chiave per dimostrare l’esattezza delle sue geometrie investigative, oppure se raccontò una parte di cose vere e, per essere più credibile, vi aggiunse di sua iniziativa (e per compiacenza), dei “sentito dire” che presentò come fatti.

Dei 93 imputati iniziali, solo la metà furono alla fine condannati. Complessivamente i componenti dell’Anonima furono condannati a oltre 1000 anni di carcere.

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