“Mollerò quando la Padania trionferà”

Pubblicato il 20 maggio 2012 da redazione

NOVARA – La prima dichiarazione di Umberto Bossi dopo l’informazione di garanzia ricevuta, mercoledì, dalla Procura di Milano è arrivata ieri attraverso i suoi fedelissimi. “Non è assolutamente vero che ho intenzione di lasciare, io lascerò soltanto quando la Padania trionferà”, è il messaggio del presidente della Lega, nel giorno del suo annunciato ritorno fra i militanti del Carroccio, ieri sera in un ristorante di Lesa, sulla sponda piemontese del Lago Maggiore. “E’ stata una settimana di merda ma non ci uccideranno”, ha detto salutando i militanti e difendendo i figli: “I giovani sono raggirabili”, ha sottolineato spiegando che la storia della “paghetta” non è vera.

Il Senatur batte dunque un colpo e dice anche di essere “d’accordo” con Roberto Maroni, lasciando intendere che quando parla della necessità di non mollare si riferisce al fatto che non abbandonerà la navicella leghista in questi momenti bui ma non intenderebbe imprimere un cambiamento di rotta a decisioni già prese, nessuno stop quindi alla candidatura dell’ex ministro dell’Interno.

Il fatto è che il suo silenzio fino ad oggi, è stato in vario modo interpretato. Sia dai leghisti sia dalla stampa. E certe ricostruzioni, apparse sui giornali mentre Roberto Maroni tracciava la strada della ‘Lega 2.0’ sospinta anche dalle inchieste giudiziarie, hanno indotto un Bossi orfano delle tribune elettorali a far sapere che parlare di un suo ritiro dal Carroccio è “la prova provata che piacerebbe al sistema e ai suoi uomini”.
A Lesa, due estati fa, discuteva di come far andare avanti il governo nella villa di Silvio Berlusconi, fallendo nel tentativo di convincere il Cavaliere ad andare al voto anticipato. Ieria sera, invece, è ad una cena con militanti del Piemonte in un ristorante, in compagnia del governatore leghista Roberto Cota. Anche se non ha parlato in una piazza, ma in un luogo privato, la prima uscita pubblica del Senatur indagato con l’accusa di truffa aggravata ai danni dello Stato ha creato attesa. Mai come in questi ultimi giorni, del resto, la quotidianità di Bossi è stata il segno di una certa discontinuità nella Lega. L’ex segretario non ha fatto nemmeno un comizio per sostenere i (pochi) candidati del Carroccio ai ballottaggi. Ci ha pensato Maroni, da lunedì segretario federale in pectore, ad andare dove era necessario.

L’uno, Bossi, chiuso o in casa a Gemonio o nel suo ufficio milanese di via Bellerio, ha evitato di incrociare il pubblico e i giornalisti. L’altro, Maroni, che in una settimana ha ottenuto dal vecchio Capo l’investitura per la successione e ha dato il via libera all’ascesa di Matteo Salvini, si è fatto vedere a Senago, a Meda, a Tradate e a Cantù.

E, come di consueto il sabato mattina, ha stretto mani e sorriso mentre passeggiava lungo corso Matteotti, nella sua Varese, fermato dai passanti, fra un caffé al bar e uno sguardo alle vetrine.

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