Salari fermi da 20 anni, giù il potere d’acquisto delle famiglie

ROMA – E’ una fase di difficile transizione, economica e sociale, quella che vive l’Italia, caratterizzata da aumento dei prezzi, diminuzione dei consumi e del risparmio, sostanziale stabilità dell’occupazione dopo anni di calo, freno agli investimenti; anche se non mancano trend positivi come la discesa dell’indebitamento e la crescita delle esportazioni. Il quadro è illustrato dal Rapporto Istat sulla situazione del Paese, presentato a palazzo Montecitorio.

Sul fronte dei prezzi, “il tasso di inflazione è quasi raddoppiato nel 2011 rispetto all’anno precedente” e l’aumento dei prezzi dei prodotti acquistati più frequentemente, il cosiddetto ‘carrello della spesa’ composto ad esempio da alimentari e abbigliamento, è stato “particolarmente elevato”. Tutto ciò si è tradotto in una “debolezza della spesa per consumi” causata da una “progressiva riduzione del potere d’acquisto delle famiglie”. Dunque, la minore spesa per acquisti non ha evitato una parallela “riduzione della propensione al risparmio”.

– Complessivamente dal 2008 – si legge – il reddito disponibile delle famiglie è aumentato del 2,1 per cento in valori correnti, ma il potere d’acquisto (cioè il reddito in termini reali) è sceso di circa il 5 per cento. Negli ultimi 15 anni – continua l’Istat – la povertà relativa ha registrato una sostanziale stabilità. La percentuale di famiglie che si trovano al di sotto della soglia minima di spesa per consumi si è mantenuta intorno al 10-11 per cento. Resta ampio il divario territoriale: al Nord l’incidenza della povertà è al 4,9 per cento, sale al 23 per cento al Sud. Per compensare la diminuita capacità d’acquisto, le famiglie consumatrici hanno ridotto del 0,9% la propensione al risparmio, portandola all’8,8%, il valore più basso dal 1990.

Cambia il mercato del lavoro: l’occupazione è in leggera ripresa ma “i contratti a tempo determinato sono cresciuti di quasi il 50% a fronte di un incremento generale dell’occupazione dipendente di circa il 14%”. La crescita del tempo determinato e del part time ha interessato soprattutto i giovani e le donne: ne consegue che “nel mondo del lavoro, restano decise differenze di genere” nonostante il fatto che “per partecipazione e successi nel percorso scolastico, le donne abbiano superato gli uomini”.

– Si è confermata la marcata crescita degli occupati con almeno 50 anni (+254 mila persone), tendenza che può essere ricondotta alla modifica dei requisiti, sempre più stringenti, per accedere alla pensione – continua l’Istat -. Sono invece diminuiti gli occupati appartenenti alle classi di età più giovani (-93 mila tra 15-29enni e -66 mila tra 30-49enni).
Restano al palo i salari.

– Tra il 1993 e il 2011 le retribuzioni contrattuali mostrano, in termini reali, una variazione nulla, mentre per quelle di fatto si rileva una crescita di quattro decimi di punto l’anno – rileva l’Istat.

Dal Rapporto emerge che negli ultimi vent’anni le famiglie italiane sono passate da 20 a 24 milioni, mentre i componenti sono scesi in media da 2,7 a 2,4. Aumentate le persone sole, le coppie senza figli e le famiglie monogenitore, diminuite le coppie con figli. Le coppie coniugate con figli si sono ridotte al 33,7% delle famiglie italiane nel 2010-2011 dal 45,2% del totale delle famiglie del 1993-94; anche nel Mezzogiorno la famiglia tradizionale, ancora maggioritaria nel 1993-94 (52,8 coppie coniugate con figli per cento famiglie), rappresenta oggi poco più del 40%.

Infine, buone notizie per l’aspettativa di vita degli italiani: gli uomini vivono in media 79,4 anni e le donne 84,5. In Europa soltanto gli uomini svedesi hanno una speranza di vita superiore (79,6 anni), mentre solo in Francia e in Spagna le donne sono più longeve delle italiane (85,3 anni in entrambi i Paesi).

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