Alta Corte Kochi, respinto il ricorso del governo italiano

NEW DELHI – Un altro no, deciso e netto, dell’Alta Corte del Kerala sulla delicata questione della giurisdizione è venuto a turbare il sonno dei marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone che hanno abbandonato giorni fa il carcere centrale di Trivandrum, ma certo non la speranza di tornare in Italia al più presto.

Messa in agenda ieri a Kochi, l’udienza sul ricorso presentato dal governo italiano è servita al giudice Gopinathan per pubblicare una sentenza di ben 60 pagine che giuristi avevano già previsto che sarebbe stata negativa per i marò. E così è stato perché il magistrato ha respinto gli argomenti dei legali della difesa che chiedevano di bloccare le accuse per mancanza di giurisdizione, e si è lanciato in un ‘j’accuse’ sposando tutte le tesi del Kerala, ratificando la legittimità dell’operato di polizia e giustizia keralesi. Fonti italiane che seguono il processo hanno detto che “non siamo stati colti di sorpresa dal rigetto della richiesta, vista l’evoluzione che il processo ha avuto giungendo già al punto del rinvio a giudizio” di Latorre e Girone.

– E’ un copione scontato – hanno aggiunto – ed ora con gli avvocati esaminiamo la sentenza per decidere quali saranno i prossimi passi. Ma intanto vogliamo aspettare l’altra udienza che si terrà sulla richiesta che abbiamo formulato di ‘bail’, ossia di libertà dietro cauzione per gli imputati.

In effetti oggi un altro giudice dell’Alta Corte, N.K. Balakrishnan, ascolterà le parti – difensori dei marò, e rappresentanti del governo del Kerala e di quello centrale – per decidere se è opportuno, e se esistono sufficienti garanzie, per permettere ai due fucilieri del San Marco di attendere il processo in condizioni di libertà vigilata. La richiesta è stata respinta due volte per ragioni tecniche da giudici inferiori, mentre ora il magistrato ha mostrato la volontà di entrare nel merito e di stabilire se esistono i margini per la concessione del ‘bail’. Nel dispositivo della sua sentenza Gopinathan non ha ritenuto di utilizzare toni diplomatici, definendo l’uccisione dei due pescatori da parte dei marò a bordo della Enrica Lexie come “brutale” e “crudele”, precisando che essi non disponevano di immunità. Di più, il giudice ha condannato anche lo Stato italiano e gli eredi dei due pescatori uccisi a pagare un ammenda per aver raggiunto un accordo extragiudiziale in merito all’incidente: 100 mila rupie (circa) 1.400 euro dovrà versarli l’Italia mentre gli eredi di Valentine Jelastine e Ajesh Pinku sono stati multati di 10 mila rupie ciascuno (circa 144 euro).

Per il magistrato inoltre “è giusto” quanto fatto in Kerala da polizia e tribunali:

– I marò sono soggetti alla giurisdizione penale dei tribunali indiani e la polizia ha agito nel modo giusto registrando la denuncia e svolgendo indagini benché essi fossero imbarcati su una nave straniera.

Rivendicando il diritto di intervento nonostante la petroliera si trovasse oltre le acque territoriali indiane, il giudice ha sostenuto che “esiste una sentenza del 1981 che impone allo Stato di intervenire fino al limite della Zona di interesse economico (200 miglia nautiche) se il passaggio di una nave privata crea problemi gravi alla sua sicurezza”. Infine si legge anche che “non c’è nulla nei documenti da cui si può desumere che i marò avessero ‘libertà assoluta ’ di sparare ed uccidere persone. Erano agli ordini del capitano”. Nulla, si dice infine, da cui emerga che erano sotto il comando della Marina italiana e “che indichi che il capitano avesse dato un ordine di sparare”.