Bortolotti: “Mi hanno liberata dicendomi: devi pagare”

CARACAS – Una liberazione avvenuta probabilmente per la presenza delle forze dell’ordine nelle vicinanze del luogo di prigionia; ma condizionata da una minaccia ben precisa:

 

– Ci siamo informati sulla tua famiglia. Ti liberiamo ma devi pagare.

 

Gina Silvana Bortolotti è tornata a casa dopo una prigionia durata quasi un mese… un’eternità per chi, rinchiusa in una stanza con aria condizionata e sempre vigilata a vista è stata permanentemente minacciata di morte: una tortura psicologica che lascia una ferita profonda.

 

Di nuovo nel calore della famiglia, circondata dall’affetto dei suoi, Gina Silvana racconta ai giornalisti il suo calvario. Lo fa con la voce a volte rotta dall’emozione e gli occhi lucidi per la felicità. Il volto scolpito dalla stanchezza e dalla tensione.

 

– Quando sono stata sequestrata – ha detto Bortolotti – ero molto spaventata.  Ero stata prelevata alla forza, costretta a stare giù con la testa tra le ginocchia. Non ho mai potuto vedere il volto dei delinquenti. Hanno cercato di tranquillizzarmi dicendomi che mi avrebbero solo fatto alcune domande. Poi, dopo circa un’ora di viaggio, giunti al luogo della mia prigionia mi hanno detto che si trattava di un sequestro. Se la famiglia non pagava mi avrebbero uccisa.

 

E’ facilmente immaginabile lo spavento di Bortolotti. Nelle mani dei malviventi, minacciata costantemente di morte vigilata a vista da alcune donne col volto sempre coperto.

 

– Sono stata tenuta prigioniera de cinque o sei persone – prosegue nel suo racconto la connazionale -. Tra queste c’erano anche alcune donne. Mi è parso che tra i sequestratori vi fossero dei colombiani per il loro accento nel parlare. Purtroppo, non potrei riconoscerli. Sono stati sempre col volto coperto.

Alimentata tre volte al giorno, a volte con riso, altre con pasta, altre con riso e pollo, Bortolotti, spaventata e depressa, sovente avrebbe voluto rifiutare il cibo. Ma i malviventi l’obbligavano a mangiare minacciandola di morte.

 

– Anche quando mi facevo la doccia ero vigilata a vista… sempre – afferma la connazionale -. In due occasioni sono stata obbligata a salire in macchina. Non ho mai visto dove mi portavano. Si stava in macchina 45 minuti, forse un’ora. Forse si tornava allo stesso luogo, non saprei… Non potrei dirlo. Un giorno, però, ho notato che c’era molto nervosismo. Improvvisamente mi è stato detto che sarei stata liberata. Fatta salire in auto bendata, sono stata abbandonata in strada con la raccomandazione di togliermi la benda agli occhi dopo qualche minuto.

 

Bortolotti, ormai libera, riconosce il quartiere nel quale era stata abbandonata. Così, raggiunge a piedi la casa dei nonni materni. Un momento indimenticabile, ma mai come quello in cui ha riabbracciato i figlioli.

 

– Oggi, dopo aver vissuto questa drammatica esperienza – ha detto la connazionale ai giornalisti -, posso dire alle famiglie dei sequestrati: non abbiate timore nel denunciare il fatto alla polizia. Il sequestro è una violenza psicologica che lascia una ferita profonda…

 

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