Azzurri in visita all’inferno di Auschwitz

Pubblicato il 06 giugno 2012 da redazione

AUSCHWITZ – Ci sono viaggi da cui non si ritorna. Oppure non sei più lo stesso. Seduti tra l’erba sul binario della morte, a Birchenau, i calciatori dell’Italia che si apprestano a calpestare altri prati per l’Europeo ne hanno fatto piccola ma profonda esperienza. E’ bastato il racconto di tre dei sopravvissuti al più grande lager della follia nazista per uno sconvolgente viaggio nel dolore. Per capire, come ha raccontato loro Anna Weiss, cosa fosse quell’”inferno dei vivi”. “E tutto questo è stato realtà”, commenta sottovoce Gianluigi Buffon. Attorno, molti dei compagni scoppiano in lacrime.

“Mai più questo orrore. Quello che è accaduto qui non riguarda solo un popolo ma l’intera umanità. Il vostro dolore è il nostro dolore”, il messaggio lasciato dal capitano e dal presidente Figc Abete, sul libro della memoria di Auschwitz. Ricorderanno a lungo, gli azzurri, il momento in cui le storie di Samuel Modiano, Anna Weiss, Piero Terracina hanno spezzato in loro la diga del pudore. Montolivo ha pianto per primo, Abate e Nocerino a dirotto costretti ad allontanarsi, Thiago Motta, De Sanctis, Barzagli, tutti a testa bassa per nascondere quel che non si può. Sono in tuta azzurra con lo scudetto tricolore, qualche foto la chiedono anche qui, pochi visitatori e persino Terracina che a De Rossi recita a memoria la formazione della Roma campione d’Italia ‘42. Ma sono loro, i campioni, a sentirsi ieri davvero piccoli. Con un “vuoto dentro”, come racconterà poi Montolivo. Per nulla diversi da qualsiasi altro uomo schiantato da tanto orrore. Non c’é fama, non c’é successo che tenga. Il calcio sparisce, a due passi dal terreno di gioco dove i nazisti si divertivano a scommettere sulle partite degli internati; tra loro anche un asso della panchina come Arpad Weisz.

“Sono morti anche tanti sportivi, qui”, racconta ancora Terracina. “Ma non è morta la nostra anima”, aggiungela Weiss.“Però quando capii che mia madre portata via qui al binario era stata uccisa, mi ci vollero quattro giorni per superare lo choc: desideravo che ci fosse lei a sgridarmi per la mia colpa”.

Poi Modiano racconta di come le SS strapparono al padre Giacobbe la sorella, e la commozione impietrisce tutti. Prandelli si copre il volto, il direttore generale Antonello Valentini asciuga il pianto. La visita era cominciata poco prima delle 10, dopo un viaggio in pullman tra chiacchiere e domande. Ad accogliere la nazionale italiana a due passi dal cartello ‘Arbeit macht frei’ – l’entrata al campo principale – sono il direttore del museo, l’ambasciatore italiano Riccardo Guariglia, il presidente della comunità ebraica italiana Renato Gattegna, il direttore del museo della Shoa di Roma, Marcello Pezzetti, Vittorio Pavoncello responsabile italiano della Maccabiadi. Qui, nel più grande lager nazista, prese forma la banalità del male. Un milione di ebrei sterminati, 200 mila esseri umani di altre nazionalità. Gli azzurri cominciano a capire, come chiunque, solo quando vedono. Sfilano davanti alle montagne di scarpe, allo spettacolo tetro dei capelli tagliati ai detenuti e spesso venduti.

Modiano abbraccia Buffon, e gli chiede di raccontare un giorno ai suoi due figli. Qualche metro avanti, Balotelli poggia la mano sul muro della fucilazione. Una corona di fiori bianchi, rossi e verdi è l’omaggio, cui ciascun azzurro aggiunge un lumicino, prima di un altro passaggio sconvolgente: una camera a gas.

“Sono cose che ho letto, le ho studiate a scuola. Ma vederle coi propri occhi…- dice Chiellini – Credo sia un viaggio da consigliare a tutti. Ti rimane più di mille libri”.

Ora è il momento di spostarsi di tre chilometri, dal campo di lavoro di Auschwitz alla cosiddetta Auschwitz 2, il campo di Birchenau costruito per la soluzione finale. Una sequenza ininterrotta di camerate per detenuti e al centro il binario fino alla rampa della morte. Lì, raccontano i sopravvissuti, un medico indicava col pollice: a destra la morte immediata, a sinistra il lavoro e la morte per sfinimento. Non ci sono più parole. Solo l’abbraccio che alla fine gli azzurri regalano a Modiano.

“Ora mi fate piangere voi, con tutto questo calore”, dice il vecchio ebreo di Rodi. L’Italia torna a Cracovia in pullman. Il viaggio di ritorno è un silenzio assoluto. E dice più di qualsiasi parola.

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