Draghi: “L’Ue non è la causa principale della crisi”

FRANCOFORTE – L’Europa non è l’unica responsabile della crisi: ci sono anche gli Usa. E la Bce, che è pronta ad agire, resiste all’appello di Washington e per ora rimane in stand-by sulla politica monetaria. E con questa impostazione, messa in chiaro alla conferenza stampa della Bce, che Mario Draghi non solo sta facendo muro contro le richieste di chi, a Washington e non solo, avrebbe voluto una banca centrale più simile alla Fed americana, ‘prestatore di ultima istanza’ dei governi. Il presidente della Bce gioca anche un’importante partita, tutta politica, in casa. Facendo intravedere nuove misure per arginare la crisi solo dopo che i governi si saranno mossi, e avranno dato prova, nel consiglio Ue di fine mese, di avere quella ‘’visione’’ dell’Europa necessaria a farne un’unione economica, non solo monetaria. Come all’inizio sfavillante del suo mandato, partito con due tagli consecutivi dei tassi, Draghi si conferma il più ‘politico’ dei tre presidenti succedutisi al timone della Bce. Gli spetta una responsabilità sempre più grande, inconcepibile qualche anno fa per un banchiere centrale, retaggio dell’essere leader dell’unica istituzione europea davvero operativa. E ieri è spettato a Draghi il compito di replicare alle critiche di Washington per la gestione della crisi da parte degli europei: ‘’anche gli altri Paesi hanno i loro problemi’’, e ‘’non è giusto, non è equilibrato, dire che l’Europa è la causa principale della crisi’’: Lehman Brothers è citata apertamente, per dire che, nonostante la Grecia, ‘’non siamo affatto’’ nelle difficili condizioni di allora, anzi ‘’siamo molto lontani da quella situazione’’. Quasi un botta e risposta con la Casa Bianca, con il presidente Barak Obama che ha chiamato il presidente del Consiglio, Mario Monti, in una telefonata in cui i due leader hanno condiviso ‘’l’importanza di rafforzare la capacità della zona euro di rispondere alla crisi e di stimolare la crescita’’. E poi c’è il Draghi, altrettanto ‘politico’, che si è rivolto ai suoi interlocutori europei, a quei politici chiamati a decidere una volta per tutte se davvero vogliono più Europa: nel senso della solidarietà (vedere al capitolo eurobond), ma anche in quello, politicamente assai rischioso, della cessione di sovranità. Assieme ai vertici economici di Bruxelles, Draghi è stato incaricato dai governi di ridisegnare l’architettura istituzionale con un progetto che verrà discusso al consiglio europeo di fine mese. Potrebbe scaturirne un passo avanti verso quell’unione bancaria ed economica d’Europa ritenuta indispensabile – non solo da Berlino – per pensare a misure permanenti di solidarietà fra Stati. Ai leader europei, cui spetta in definitiva di decidere, Draghi chiede di avere ‘’visione’’ e mostrarla ai mercati. Il presidente della Bce stoppa l’Europa mediterranea sugli eurobond (un progetto ‘’più per il lungo che per il medio termine’’); rimprovera i governi che stanno solo alzando le tasse; chiede alla Spagna di essere ‘’realistica’’ nel decidere se domandare aiuto all’Europa; promuove gli sforzi dell’Irlanda; e si sofferma sulla possibilità di usare il fondo ‘salva-Stati’ per salvare le banche: si può anche fare, è il messaggio anche qui tutto politico di fronte alla crisi spagnola, però ‘’bisogna chiedersi se si vuole che l’Esm diventi azionista delle banche’’. Persino quando gli viene chiesto se ci sarà un terzo ‘Ltro’, il maxi-prestito che fra dicembre e febbraio ha inondato l’Europa con oltre 1.000 miliardi di liquidita’, Draghi non dimentica le implicazioni politiche delle sue parole. Non chiude la porta a un nuovo ‘Ltro’, ma frena (e attende l’esito delle elezioni greche e del consiglio Ue): gli indicatori della situazione di ‘stress’ sui mercati ora vanno meglio che a novembre, ricorda. E il maxi-prestito di febbraio deve ancora esplicare del tutto i suoi effetti’’.

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