Cittadinanza, Fini: «Antistorico non modificare la legge»

Pubblicato il 06 giugno 2012 da redazione

ROMA – La legge sulla cittadinanza è vecchia di 20 anni e “va modificata”, “è veramente antistorico sostenere che si è italiani solo in ragione del cognome o del colore della pelle”: all’indomani del no del premier Mario Monti, il presidente della Camera Gianfranco Fini irrompe a gamba tesa nel dibattito sulla cittadinanza ai nuovi nati stranieri, annunciando la calendarizzazione a fine giugno delle proposte di modifica della legge 91 del 1992. Immediate le reazioni delle forze politiche più ostili, Lega Nord ma anche Pdl che avverte: “è un grave errore affrontare ora il tema”.

La platea è quella della Conferenza nazionale per la cittadinanza, promossa dalle organizzazioni aderenti alla Campagna nazionale “L’Italia sono anch’io”, che si è svolta ieri mattina alla Camera. La campagna ha raccolto oltre 200 mila firme in calce a due proposte di legge di iniziativa popolare, una di riforma della cittadinanza e l’altra che vuole introdurre il diritto di voto alle amministrative per gli stranieri non comunitari residenti. Le firme sono state già consegnate alla Camera dei deputati, si attendeva solo la calendarizzazione.

– Bisogna colmare un ritardo – ha spiegato Fini tra gli applausi dei presenti – nella società italiana ma anche legislativo.

La terza carica dello Stato ha auspicato che “quanto prima la legge sia modificata con la più ampia convergenza possibile” e ha aggiunto che “non è questione di destra o sinistra ma di valori universali che non possono essere oggetto di campagna elettorale”. Dunque, cambiare la legge “é una sfida ineludibile e dettata da oggettiva necessità”, visto che in questi venti anni “il fenomeno dell’immigrazione ha assunto contorni diversi”. Su una linea simile l’unico ministro presente, Andrea Riccardi, che – probabilmente rendendosi conto delle difficoltà a far approvare una riforma della cittadinanza in questa legislatura – ha ribadito la sua “terza via”: lo ius sanguinis è “antiquato”, forse lo ius soli appare ad alcuni “troppo estensivo”, l’impasse potrebbe essere superato con lo “ius culturae”, cioè dare la cittadinanza a chi nasce in Italia o vi arriva da piccolo e ha compiuto almeno un ciclo scolastico.

Più drastico il governatore pugliese e leader di Sel Nichi Vendola.

– Bisogna introdurre lo ius soli, lo ius sanguinis è una cosa da brivido, piacerebbe ai nazisti.

Mentre per il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, il tema della cittadinanza è “una questione di dignità e civiltà che non si può affrontare in termini di maggioranza e minoranza”.

Non ha dubbi sulla necessità di procedere alla riforma Graziano Delrio, presidente dell’Anci e portavoce della Campagna
– Qualcuno ha dei dubbi se sia opportuno in questo momento cambiare la legge sulla cittadinanza: io dico che non c’é un tempo giusto o sbagliato per fare le cose giuste. Vanno fatte e subito.

– L’Italia è cambiata, serve un patto di convivenza e servono strumenti legislativi per sostenere questo sforzo – ha detto Paolo Beni, presidente dell’Arci che è tra i promotori della campagna. Così come le Acli, il cui presidente Andrea Olivero ha sottolineato che “la riforma porterebbe grandi benefici senza aggravio di spesa”.

Le reazioni politiche non si sono fatte attendere.

– E’ un grave errore affrontare la legge sulla cittadinanza – attacca Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl alla Camera.
Gli fa eco il capogruppo del Pdl Maurizio Gasparri che bolla come “innopportuna” una eventuale approvazione di una riforma della cittadinanza.

– Sarebbe assurdo adottare in Italia il principio dello ius soli – affema senza ‘se’ e senza ‘ma’.

Anche Marco Maggiori, della Lega, si dice contrario a concedere la cittadinanza a chi nasce in Italia, che rischia di trasformarsi “in un Paese africano”.

– Chi vuole far cadere il Governo è in festa. Quello che fino ad oggi non è riuscito alla crisi, riuscirà invece alla legge sulla cittadinanza agli immigrati – avverte la vicepresidente dei deputati del Pdl, Isabella Bertolini. Posizioni, quelle del Pdl definite “anacronistiche” dal Pd.

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