Bozza decreto, tetto di 6 anni a processi Passera: “Il testo è pronto”

ROMA – Per essere di “ragionevole durata” un processo deve concludersi con la sentenza definitiva entro sei anni: non più di tre anni per il primo grado, due per l’appello e uno per il giudizio in Cassazione. A pochi giorni di distanza del richiamo del Consiglio d’Europa all’Italia per i processi lumaca, che fanno del nostro Paese un “sorvegliato speciale” della Corte di Strasburgo, il governo mette nero su bianco, per la prima volta, questo principio. Lo fa nella bozza al decreto sviluppo, con la quale modifica la Legge Pinto, che ha stabilito il diritto all’indennizzo per chi ha subito un processo troppo lungo. Un intervento che da un lato prende atto di quello che è un orientamento consolidato della giurisprudenza italiana e dall’altro sembra finalizzato a limitare le richieste e le entità dei risarcimenti, che come ha evidenziato qualche tempo fa il ministro della Giustizia Severino, hanno raggiunto un’entità “ormai stratosferica”: nel giro di otto anni si è passati dai 5 milioni di euro del 2003 ai circa 84 del 2011.

Che il governo intenda porre un argine a questi indennizzi emerge da diverse norme contenute nella bozza. A cominciare da quella che stabilisce che nel computo del termine della ragionevole durata non si tiene conto del tempo in cui il processo è sospeso. E da quella che esclude dall’indennizzo la parte che ha tenuto condotte dilatorie nel processo determinandone la prescrizione o comunque dilazionandone in maniera ingiustificata i tempi. Diversamente da ora non sarà più possibile presentare la richiesta di riparazione a processo pendente, ma solo e a pena di decadenza, entro sei mesi dalla sentenza definitiva. E il ricorso dovrà essere accompagnato da una serie di atti, a cominciare dal provvedimento irrevocabile che ha deciso il processo. Il giro di vite riguarda anche l’entità degli indennizzi.

La bozza stabilisce che la somma da liquidare per ogni anno che eccede il termine di ragionevole durata non deve essere inferiore ai 500 euro ma nemmeno superiore ai 1500 (attualmente la soglia minima stabilita dai giudici è di 1000 euro)e che in ogni caso l’indennizzo non deve essere superiore al valore della causa. Il giudice dovrà tener conto nello stabilire l’entità del risarcimento anche del comportamento delle parti. E se la domanda di riparazione è inammissibile o manifestamente infondata potrà condannare il ricorrente al pagamento di una somma di denaro fino a 10mila euro.

Sempre nell’ottica di scoraggiare il contenzioso, nella bozza si introducono anche filtri per limitare i ricorsi in appello e in Cassazione, nel solo settore della giustizia civile. Norme giudicate gravemente preoccupanti dagli avvocati, che avvertono: “Il recupero di efficienza della giurisdizione non può avvenire attraverso l’ulteriore sacrificio dei diritti dei cittadini e delle imprese”.

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