Tunisia, ergastolo a Ben Ali ma lui è in Arabia Saudita

Pubblicato il 13 giugno 2012 da redazione

TUNISI – Il 13 giugno sarà un giorno che Zine El Abidine Ben Ali ricorderà per sempre perché, in meno di dodici ore, ha subito due condanne, la prima, ieri mattina, a vent’anni di reclusione, la seconda, giunta in serata, all’ergastolo. Condanne che per lui non significheranno granché perché, dopo la fuga in Arabia Saudita (dove ancora vive), il 14 gennaio dello scorso anno, è già stato giudicato in contumacia, così come negli altri processi (per questioni di malaffare, soprattutto malversazioni) per i quali ha collezionato già una novantina di anni di reclusione (per la moglie, Leila Trabelzi, sono un po’ meno).

Le accuse di ieri riguardano, in entrambi i processi (celebrati in due differenti tribunali militari, a Tunisi e a Kef), la durissima repressione dei moti della “rivoluzione” e quindi le decine di morti che essa provocò in alcune città definite martiri, come Thala, Kasserine e Ouardanine. Per i morti della notte tra il 15 e il 16 gennaio dello scorso anno a Ouardanine, Ben Ali è stato condannato a vent’anni di reclusione. Mentre per le vittime della repressione a Thala e Kasserine, tra l’8 e il 12 gennaio sempre del 2011, la condanna è stata al carcere a vita. Con lui è stato condannato a dodici anni di reclusione l’ultimo ministro degli Esteri del suo regime, Rafik Belhaj Kacem, che gli è stato fedelmente accanto sino alla fine e mai lo ha rinnegato. Kacem ha assistito al procedimento in stato di reclusione, detenuto come è, insieme ad altri boiardi del regime, nella caserma della Gendarmeria di Alaouina (alla periferia nord di Tunisi), trasformata in una prigione di regime dopo la caduta di Ben Ali e che oggi ospita parte del suo variopinto clan familiare.
Assolto, invece, Ali Seriati, potentissimo ex capo della sicurezza di Ben Ali, che sta riuscendo a rimanere intoccato in tutti i processi cui viene sottoposto, confermando la fama di “duro” del regime, ma anche di abilissimo stratega, al punto tale da programmare perfettamente l’uscita di scena e quindi venire fuori indenne da procedimenti che, alla vigilia, lo davano per sicuro condannato. Le due vicende processuali, seppure si siano basate sulla stessa materia (i morti per la repressione) sono diverse perché se le 22 vittime di Thala e Kasserire caddero quando Ben Ali era al potere, le 4 di Ouardanine furono uccise quando il dittatore era fuggito in Arabia Saudita e quindi aveva ormai abbandonato la possibilità di restare alla guida del Paese. Per questo, per il processo per i fatti di Ouardanine, Ben Ali, oltre che per quelle morti, doveva rispondere di avere cercato di spaccare il Paese, inducendo la gente a prendere le armi e a scendere in strada in uno scontro fratricida.

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