Germania vs Grecia: quando il calcio si fa ‘politico’

ROMA – Un pallone che supera la linea di porta e gonfia la rete avversaria può valere di più (e costare molto meno in termini di vite umane) di una vittoria militare. O ripagare di una devastante sconfitta subita sul campo di battaglia, o ancora, visti i tempi, di una disfatta consumata tra le trincee della finanza globale. Niente come il calcio può valere come esorcismo della storia subita e come metafora di quella sognata. Lo sanno bene, anche se si affrettano a negarlo a ogni accenno di domanda, i protagonisti di Germania-Grecia, il quarto di finale più “politico” di Euro 2012. “Siamo qui per giocare al calcio, non per parlare di politica”, ha replicato seccato Kostas Katsouranis.

Il ‘derby dello spread’, come è già stato ribattezzato, tra la nazionale del Paese più ricco e virtuoso dell’eurozona e quello più in difficoltà a causa degli sprechi passati. Tra il Paese che presta (con sempre maggiore riluttanza) i soldi a quello ormai insolvibile a condizioni che, vox populi, ne aggravano le difficoltà invece che alleviarle.

C’è un senso di rivalsa quasi infantile che si accompagna questa sfida, che non è solo dei greci, ma anche di chi, in giro per l’Europa, non vuole più saperne del rigore tedesco (in senso finanziario) e spera, almeno per un giorno, almeno calcisticamente, di vedere i ‘piccoli’ battere i ‘grandi’, i ‘poveri’ togliere il sorriso ai ‘ricchi’.

Poco importa che poi, in termini prettamente calcistici, i ‘rigorosi’ tedeschi siano di questi tempi in realtà assai più fantasiosi e divertenti dei mediterranei greci, squadra di poca bellezza e ambizione, alla vigilia del torneo, ma comunque definita dal ct tedesco Joachim Low, “maestra di sopravvivenza in Europa”. Dalla partita di oggi a Danzica, alla quale non mancherà la cancelliera tedesca Angela Merkel, che ha cancellato i suoi impegni e fatto modificare gli orari del vertice di Roma con Monti, Hollande e Rajoy pur di esser in tribuna, la Germania ha tutto da perdere.

E certo, in caso di sconfitta, non mancheranno i paragoni con l’altra brutta batosta subita dai tedeschi due anni fa, ai Mondiali sudafricani, da un’altra nazionale di un Paese messo male finanziariamente, ma messo benissimo calcisticamente: la Spagna, che vinse in semifinale per 1-0 e poi conquistò la sua prima Coppa del Mondo battendo l’Olanda in finale.

Del resto, sempre i tedeschi, stavolta solo quelli dell’Ovest, nel 1974, ai Mondiali di casa, mancarono clamorosamente un’altra vittoria dal valore più politico che calcistico, visto che poi la Germania federale quell’anno vinse comunque la coppa del mondo. Eppure, la sfida con la Nazionale della DDR, al Volksparkstadion di Amburgo, persa per 1-0 (gol di Jurgen Sparwasser al 76°), bruciò parecchio.

Per una sera, il ‘modello orientale’ al quale la Guerra Fredda costringeva i tedeschi dell’Est, prevalse, anche se solo calcisticamente, su quello occidentale abbracciato con successo dai tedeschi dell’Ovest. Angela Merkel all’epoca aveva 20 anni ed era cittadina dell’Est. Per la DDR sembrava l’inizio di un grande futuro, anche calcistico, che non arrivò mai: la Nazionale di calcio, così come le altre rappresentative sportive, fu sciolta nel 1990, con il completamento del processo di riunificazione delle due Germanie.

Il calcio, insomma come una “continuazione della guerra con altri mezzi”, parafrasando von Clausewitz. Come ai Mondiali in Messico del 1986, quando l’Argentina di Maradona, poi campione del mondo, nella sfida ai quarti contro l’Inghilterra, si rifece sul campo della disfatta militare subita alle Malvinas appena quattro anni prima. Maradona, all’apice del suo talento, compì due prodezze che resero ancora più amara la sconfitta degli inglesi.

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