Prandelli: “Italia è un paese vecchio servono idee nuove”

CRACOVIA – L’utile sconfitta finale della nazionale è comunque una vittoria di Cesare Prandelli. L’unico cruccio tecnico dell’incredibile avventura azzurra – ferite per le accuse sulla convocazione del figlio Niccolò a parte – è “non aver avuto più coraggio a cambiare qualcuno nella finale contro la Spagna”. Con la delusione per lo 0-4 ancora viva, il commissario tecnico della rifondazione rivendica però per la sua nazionale un ruolo ben al di là del calcio.

“La vittoria avrebbe fatto bene a tutti, ma avrebbe tolto equilibrio a tanti. Non siamo ancora pronti per vincere: dobbiamo lavorare per esserlo, e allora vinceremo e rivinceremo. Viviamo in un Paese vecchio, e molte cose vanno cambiate. Per farlo servono le idee – dice salutando la Polonia, diretto verso gli applausi dell’arrivo e l’abbraccio di Napolitano – Sono convinto, è possibile. E se questa nazionale può andare più veloce dell’Italia, se può esserle d’esempio, perché no? Spesso il calcio è un veicolo di cambiamento”.

Piena sintonia con Napolitano, e in controtendenza con antiche impronte genetiche. C’é stato un punto in cui Prandelli ha pensato di abbandonare “il progetto”. Poi si è confrontato con “Abete, Albertini e Valentini, per capire se davvero ci credevamo: mi hanno detto sì”, e ha deciso di restare. “In questo mese penso di aver dimostrato che so fare bene il mio lavoro, ma non sono un politico, spetta alla federazione cambiare una situazione in cui della nazionale non interessa niente a nessuno – la spiegazione – La vittoria avrebbe fatto bene, ma avrebbe tolto equilibrio. Ora dobbiamo avere il coraggio di proseguire, non possiamo fare due passi avanti e tre indietro. Io non posso allenare una volta ogni otto mesi, così mi chiedo che senso ha? Così non sono capace. E se tra sei mesi la situazione sarà la stessa, qualche riflessione la farò”.

Mentre Abete tuona contro la Lega calcio (“mi piace il presidente quando ha questa determinazione”) e Albertini rivendica il progetto di seconde squadre per i giovani, a Prandelli e al suo staff verranno dati poteri più ampi, estesi alle giovanili. Per uscire dal lungo tunnel del calcio italiano. Bisogna fare i conti con l’età di Pirlo e il rischo che smetta (“spero arrivi al Mondiale 2014, ha doti e voglia per farlo”), trovare nuovi azzurri per il passo di addio di una generazione. Ma la risposta più importante è quella dei club.

“Non c’erano presidenti alla finale? Vedrete, verranno. Io non detto condizioni, ma non mi piace vedere oggi tutti patrioti, e domani… Il 15 agosto abbiamo un’amichevole con l’Inghilterra: la finale di SuperCoppa dell’11 dove è stata fissata?”. A Pechino. Lontano migliaia di chilometri dall’entusiasmo di questi giorni. “Ho rivisto il percorso di questo Europeo, possiamo essere tutti orgogliosi. Siamo partiti senza prospettive, abbiamo fatto sognare la gente. E’ stato straordinario. Abbiamo creato un calcio propositivo, ridato un’immagine”. “La nostra dote migliore – confida ancora – è la generosità. Siamo venuti qui per la gente. E i giorni più belli sono stati quelli passati con Don Ciotti o ad Auschwitz”. Per questo le critiche che hanno fatto male non sono state quelle tecniche.

“Accetto tutto, tranne la critica usata come violenza. Quando ho fatto le convocazioni – dice togliendosi il sassolino annunciato – è stato messo in risalto solo la convocazione di mio figlio Niccolò: è un professionista, i giocatori gli hanno riconosciuto capacità nei recuperi, oggi sarà in ritiro con il Parma. Non ha fatto un giorno di ferie per esserci: e allora perché attaccare le persone? Ecco quel che davvero mi ha ferito”.

Confessa di aver avuto “pensieri non belli” fino a pochi minuti prima di lasciare Cracovia, poi l’ennesimo applauso della sala stampa – benché sconfitto – “mi ha riconciliato delle amarezze di questo periodo”. Tra le quali non c’é quella di aver perso la finale: “Dobbiamo riconoscere la loro superiorità, la Spagna ha un progetto che viene da lontano – ricorda a tutti – Noi siamo più frenetici, più isterici. Ma c’é gente brava in giro, e tanto lavoro da valorizzare”. “In questo mese sono stato bravo a isolarmi, a pensare con la mia testa – la conclusione di Prandelli – Cosa potevo fare meglio? Eravamo stanchissimi, avrei dovuto cambiare qualcuno nella finale. Ma sarebbe stata una mancanza di rispetto per chi mi aveva portato in finale”. Fino al paradosso della sconfitta più applaudita nella storia del calcio italiano.