CASO MOROSINI: Morte provocata da malattia genetica

Pubblicato il 02 luglio 2012 da redazione

PESCARA – Una malattia genetica, rara, ma implacabile: è stata la cardiomiopatia aritmiogena a stroncare la vita di Piermario Morosini lo scorso 14 aprile durante Pescara-Livorno. Lo dice la perizia chiesta dalla Procura di Pescara e stilata da Cristian D’Ovidio, medico legale all’Università di Chieti: si tratta di una malattia di probabile origine genetica che produce aritmie ventricolari e quindi arresto cardiaco.

L’autopsia e le successive analisi genetiche che si sono effettuate a Roma hanno così chiarito l’origine di quella cicatrice visibile sul cuore dello sfortunato 26enne centrocampista del Livorno e che in un primo tempo aveva fatto pensare ad una miocardite. Un segno sul muscolo, anche recente, un problema superato, risolto, ma senza che nessuno se ne fosse accorto. Poi un altro attacco, quello fatale, sul prato verde dello Stadio Adriatico.

La cardiomiopatia aritmiogena è considerata la causa più frequente di arresto cardiaco negli sportivi di alto livello: anche il calciatore del Siviglia Antonio Puerta, morto nell’agosto del 2007, è infatti deceduto a causa di questa malattia ereditaria. Secondo quanto si è potuto sapere nelle 250 pagine della relazione scritta dal professor Cristian D’Ovidio, gli effetti della malformazione erano in fase iniziale. E lo conferma anche il perito della famiglia Morosini, la dottoressa Cristina Basso: “Mi risulta che la malattia fosse agli inizi del suo percorso – spiega la dottoressa dell’Università di Padova – e che fosse molto difficile diagnosticarla. Il ragazzo poi non aveva dato nessun segnale di malattia, quindi la responsabilità della sua morte non credo sia di chi lo ha avuto in carico sanitario per anni. Ormai la scienza ha appurato che in un atleta questo tipo di malattia genetica aumenta i rischi di arresto cardiaco di cinque volte, perché lo sforzo è uno stimolo in negativo. E non sappiamo neanche se nel caso di Morosini ci sia stata una mutazione genetica nel tempo o se sia stato portato sin dall’inizio di tale malattia”.

Ma come la stessa Basso aveva detto a caldo “ribadisco che l’uso del defibrillatore avrebbe dato qualche chance in più di salvezza al ragazzo”. Ed è proprio sull’uso del defibrillatore, che non c’é stato, che si interroga la Procura pescarese, che ha aperto un fascicolo nel quale si ipotizza il reato di omicidio colposo. Il quesito posto dai pm a D’Ovidio era proprio se il ragazzo poteva essere salvato. Nelle concitate e caotiche fasi del soccorso lo strumento non fu utilizzato, perché, riferirono fonti mediche, “c’era ancora attività cardiaca”.

Al momento non risultano ancora iscritti sul registro degli indagati tra medici, paramedici e altri che si affaccendarono nei momenti del malore del giocatore attorno al corpo, e pare non sia indagato neanche il vigile urbano che con un parcheggio improprio di una vettura di servizio bloccò per qualche minuto un’ambulanza. Fermo restando che il defibrillatore era accanto al corpo accasciato di Morosini, e che nessuno lo usò.

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