Il grido di aiuto di un connazionale in Venezuela: “Non abbandonateci”

TREVISO – “Chi vi parla è una persona di 80 anni, con 56 anni di Venezuela, con tre figli e cinque nipoti. Sono preoccupato per la situazione in cui si continua a vivere in Venezuela, bisogna esserci dentro: vedere per credere. Qui si passano le giornate sempre con il cuore sospeso, allarmati che qualcosa di grave ci possa accadere. In giro c’è assoluta insicurezza: i dati ufficiali informano che nel 2011 sono stati 19.800 gli assassini, per strada o in casa, spesso abbattuti per un niente fatto solo di violenza gratuita. L’80% con arma da fuoco e con stessa percentuale dai 14 ai 35 anni”. È la vibrante lettera di un connazionale in Venezuela, indirizzata all’Associazione Trevisani nel Mondo, che nel corso della recente assemblea annuale ha votato all’unanimità un appello al governo italiano affinché intervenga in favore degli italiani, ormai costantemente in pericolo, nel Paese sudamericano.

“Viviamo sotto l’incubo costante di sequestri e rapine, alla sera nessuno esce di casa”, si legge nella testimonianza giunta a Treviso. “Siamo come in una trincea, con guardie private che non siano della polizia perché di loro non c’è da fidarsi. Sono come mercenari, spesso stanno dalla parte di chi li paga meglio”.

La maggior parte dei nostri connazionali in Venezuela, per difendersi, ha circondato le proprie case con mura sovrastate da “6 fili di circuito elettrico che ci protegge ulteriormente”, racconta l’uomo che ha scelto di mantenere, per la sua incolumità, l’anonimato. “Ma poi magari capita che, ad aspettarci fuori, non sia la città tranquilla e ridente di una volta, ma persone con le armi in pugno per sequestrarci, rubarci, rapinarci”.

Ma il pericolo non viene solo dai comuni delinquenti. “Qui”, denuncia la lettera, “si espropriano aziende agricole ed edifici come niente, dall’oggi al domani. Andiamo ai centri commerciali in gruppo per sentirci più sicuri, gli alunni li portiamo fin dentro alle aule. Io ne ho visto di guerre: è peggio di una guerra perché il nemico non si sà mai bene dove sia e può spuntare dappertutto”.

“Si potrebbe continuare per pagine intere, venite a vedere e vi farete un’idea”, invita l’uomo, che, a chi gli chiede se abbia mai pensato di tornare in Italia, risponde: “è una domanda che mi mette un groppo alla gola, perché vorrei anche farlo, ma ciò vorrebbe dire perdere tutto dei miei 56 anni di lavoro. Qui nessuno compra e quindi sarebbe come suicidarsi”.
Nella lettera il connazionale vuole “richiamare l’attenzione degli organi preposti, perché prendano atto della situazione in cui tanti conterranei vivono. Seriamente. Non è una novella questa, ma fatti reali che bruciano sulla nostra pelle”, è il grido di dolore di un uomo, un veneto, un italiano, che, partito da “niente”, ha portato “alta la bandiera” della propria terra, da “dove siamo partiti e di cui abbiamo sempre nostalgia. E sentirsi abbandonati, duole”.

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