L’appello di un connazionale: “Aiutatemi”

CARACAS – Nonostante sia nato e vissuto in Venezuela, Piero Liberatore parla molto bene l’italiano. La sua è una famiglia di quelle vecchio stile, tradizionalista e molto unita, che fino a qualche anno fa viveva tranquilla gestendo uno dei negozi di fotografia più famosi di Punto Fijo. Ma la sorte, si sa, gioca brutti scherzi. Le disavventure sono state numerose ed oggi Piero è solo, intrappolato in uno strano intreccio di delinquenza e potere che minaccia di lasciarlo senza un tetto sulla testa o addirittura senza vita. Sequestri, invasioni, imprese petrolifere, banche, politica, polizia: tutto concorre a scrivere la drammatica sceneggiatura della vita di Piero che oggi, non ancora rassegnato ad arrendersi, chiede di essere aiutato.

I successi del pioniere
Piero nasce 47 anni fa a Judibana, nello stato Falcón. Il padre Dario era arrivato negli anni ’50 da Pratola Peligna, piccola cittadina dell’Abruzzo che nel secondo dopoguerra non sembrava offrire grandi possibilità. Per scrollarsi di dosso il soprannome di ‘musiu’ – così venivano chiamati in modo dispregiativo gli immigrati italiani che sbarcavano con pochi soldi sulla coste venezuelane -, il capofamiglia dedica la sua vita al lavoro.

– All’inizio alcuni ci trattavano male perché eravamo poveri – racconta Piero -. Mio padre non ci faceva caso: abbassava la testa e lavorava. Lavorava e risparmiava. Niente alcol, niente debiti, niente lussi. La sera sempre a casa. Mai una parola storta contro il capo o contro il governo. Eravamo stranieri e non potevamo reclamare nulla, diceva.

Dario è fotografo a contratto della raffineria Amuay, di Pdvsa, la stessa che nel ’97 si fonde con la Cardón e la Bajo Grande per dar vita al ‘Centro de Refinación de Paraguaná’, oggi il complesso per la raffinazione del petrolio più grande del mondo. Impianti, strutture, terreni, incidenti: tutto deve essere registrato e archiviato. Si tratta di questioni delicate, per le quali è indispensabile una persona di fiducia. E anche di un incarico duro che implica giorni e giorni di lavoro, una volta arrampicati su un palo, un’altra giù in un tunnel. Dario sa guadagnarsi la stima di tutti e nel giro di poco tempo il lavoro è affidato completamente a lui.

Sono gli anni Settanta quando la famiglia Liberatore riesce a comprare un terreno per metter su una bella casa ed aprire, adiacente a questa, il laboratorio fotografico “Foto Dario”. Gli affari vanno bene: oltre al lavoro per la raffineria ci sono i servizi per i matrimoni e quelli per le feste di compleanno, gli scatti d’epoca e i ritocchi. Le entrate si investono nel negozio familiare – al laboratorio lavorano tutti, donne incluse – e si migliora l’offerta. “Foto Dario” è al suo apice.

Iniziano le difficoltà
Cresciuto tra i rullini e la camera oscura, Piero segue le orme del padre e, quando la salute di ques’ultimo peggiora, lo sostituisce. Lavora molto, risparmia, e riesce a mettere da parte 50 mila dollari per aquistare l’ultimo ritrovato della tecnologia che sviluppa i rullini in solo un’ora. Ma è il 1994. In Venezuela esplode una crisi bancaria che collassa il Paese e brucia i risparmi di milioni di cittadini. Piero si ritrova senza un quattrino e deve ricominciare daccapo.

Arriva il 1998. Hugo Chávez vince le sue prime elezioni. Rispetto al passato, il nuovo governo ha una visione molto diversa di quello che deve essere un colosso del petrolio come Pdvsa, di come deve funzionare, di quali obiettivi deve avere. Il sistema inizia a mutare ed anche alla raffineria del nostro connazionale ci sono dei cambiamenti: si accorpano imprese, si eliminano i direttivi delle filiali e tutto inizia a far capo ad un solo corpo dirigenziale.

– Le poltrone disponibili diminuirono e scatenarono battaglia per occupare i posti di potere – racconta Piero -. Dal rimpasto uscirono nuovi dirigenti, gente che iniziò a truccare le gare d’appalto: se volevo il lavoro, insomma, dovevo pagare. La corruzione – precisa – c’era sempre stata, ma fino a quel momento non era arrivata al livello dei fotografi, anche perché i vecchi responsabili conoscevano bene la mia famiglia. Ho potuto continuare a lavorare solo perché non era facile trovare fotografi che conoscessero il lavoro come me e fossero disposti a lavorare alla raffineria praticamente senza orari.

La vecchia dirigenza nel 2002 indice uno sciopero generale che getta il Paese nel caos. La reazione del governo, a quel punto, è un’ondata di licenziamenti per ‘depurare’ il settore da oppositori e filogolpisti. Ma una volta che la politica entra a pieno titolo nel settore petrolifero, Piero si ritrova tra due fuochi: se per i ‘chavisti’ è lo storico collaboratore della vecchia guardia, l’opposizione lo considera un nemico in quando simpatizzante del neonato socialismo venezuelano, che sostiene anche perché spera di recuperare i risparmi persi nel ’94 e conservare il suo contratto con la raffineria.

– Sono stati anni duri – ricorda Piero – anni di persecuzione politica. E ‘Foto Dario’ era nel mirino di tutti. Sparavano contro il negozio, sfasciavano i macchinari, mi derubavano. Dovevo andare a lavorare armato di pistola. Poi la situazione si è fatta insostenibile, tanto che nel 2003 ho deciso di chiudere il laboratorio.

Il sequestro
Piero chiude ‘Foto Dario’ ma continua, in sordina, a lavorare. Dietro le vetrine coperte di fogli di giornale, accumula e vende merci di ogni tipo: non solo album fotografici e cornici ma anche orologi, argenteria, cannocchiali, binocoli.

– Dopo la brutta esperienza del ’94 non volevo mettere i risparmi in banca e così compravo oggetti – scherza.
È il 2008, in piena epoca digitale, quando il nostro connazionale decide di reinaugurare ufficialmente ‘Foto Dario’. Vuole restare al passo coi tempi ed inizia a vendere alcuni beni per investire tutto nelle nuove tecnologie. Ma le sue buone intenzioni sono ancora una volta mutilate da un destino avverso e una mattina, dopo aver fatto visionare a un potenziale compratore un terreno che è intenzionato a vendere, Piero viene sequestrato.

– Io e un vicino stavamo chiaccherando quando siamo stati attaccati da tre uomini armati – denuncia il fotografo -. Ci hanno trascinato tutti e due in macchina, hanno gettato dall’auto in marcia il mio amico e io sono stato portato a casa mia: sapevano dove abitavo e addirittura i trucchetti da usare per aprire le porte, necessari con le mie anomale serrature e le chiavi malfunzionanti.

Una volta in casa Piero viene legato, imbavagliato, picchiato e minacciato di morte. Anche se uno dei sequestratori pretende cellulare e portafoglio, tutta l’attenzione si concentra sugli atti di proprietà, sulle chiavi dell’auto e degli immobili, sul passaporto, sulla carta d’identità, sui documenti bancari. Tutto viene analizzato e rubato, insieme agli attrezzi fotografici e gli archivi riguardanti la raffineria.

– Ho informato Pdvsa dei furti – si tratta di materiale delicato – ma sembra non importargliene nulla.
Quello di cui è vittima, insomma, al nostro connazionale non sembra un normale sequestro e neppure una semplice rapina. I tre delinquenti restano a volto scoperto, non toccano la tv e neppure l’impianto stereo, non portano via nessun oggetto di valore dal negozio. E, mantenendolo sotto tiro con una pistola, non si fanno nessun problema a passare di fronte alla sede della Guardia Nacional che sta proprio accanto a casa Liberatore.

– Hanno perfino rallentato davanti agli agenti – racconta -. Erano assolutamente tranquilli.

Perseguitato
Il sequestro-rapina è solo l’inizio dell’incubo, e il connazionale non tarda ad accorgersene.

– I primi a sporgere denuncia al Cicpc sono stati i miei vicini – spiega Piero – presenti quando mi hanno aggredito e sequestrato. Il caso è quindi stato affidato ad un bravo investigatore, presto sostituito però da un altro che diceva che ero pazzo, che mi stavo inventando tutto e che non credeva ad una sola parola di quello che gli dicevo. Questo nonostante la denuncia dei miei vicini…

La Guardia Nacional che si tappa gli occhi, il Cicpc che si nega a risolvere il caso, Pdvsa che non si preoccupa per archivi fotografici finiti chissadove. Tutto ha il sapore della cospirazione e Piero inizia a convincersi che, con la “protezione di qualche pezzo grosso”, qualcuno stia “facendo di tutto” affinché lui abbandoni le sue proprietà, per poi “invaderle o occuparle”. O che l’obiettivo sia una sostituzione di persona che potrebbe anche “implicare la mia morte se le autorità non si decidono ad agire presto”, come gli ha fatto intendere un avvocato.
Il seguito della vicenda non sembra dargli torto:

– Quando mi sono rivolto alla Procura – racconta ancora Piero – sono iniziate le minacce. Ogni volta che uscivo per sporgere denuncia o per seguire il mio caso qualcuno entrava in casa mia e si portava via qualcosa: sempre macchinari del laboratorio, chiavi, documenti, negativi di fotografie. Trovavo i mobili sfasciati, l’auto con le portiere aperte, rigata, con parti mancanti. Ma sia la Procura di Punto Fijo che quella di Falcón – denuncia il connazionale – non vogliono ascoltarmi, non mi fanno neppure più entrare nei loro edifici. Mi sono rivolto alla Procura generale a Caracas: lì mi hanno accolto bene e mi hanno addirittura invitato al programma radio ‘En Sintonía con el Ministerio Público’ di RNV, dove ho potuto denunciare la mia situazione, ma non si è risolto nulla. Un buco nell’acqua anche le denuncie sporte alla ‘Defensoria del pueblo’ di Coro e della capitale, all’Asamblea Nacional, al palazzo di Miraflores (sede del governo, ndr)… I furti e le minacce continuano.

Quindi l’appello alle autorità italiane in Venezuela:
– Mi sento perseguitato e ho paura. Ho abbandonato la casa-laboratorio e mi sono trasferito in un’altra proprietà. Mi è impossibile lavorare, faccio continuamente spola tra le due residenze, per controllarle entrambe, non posso più vivere così. Sto perdendo uno dopo l’altro tutti i miei averi ma, se rinuncio a combattere, rischio di restare senza casa. O morire. Mi rivolgo all’Ambasciata italiana: vi prego, aiutatemi!

Monica Vistali