Attacco Sinai: cellule Gaza complici, imbarazzo Hamas

GAZA – Il violento blitz dei jihadisti del Sinai – che hanno preso d’assalto una caserma egiziana, vi hanno fatto strage, si sono impossessati di due blindati e immediatamente si sono lanciati all’assalto di un vicino valico israeliano – sembra aver colto totalmente di sorpresa Hamas. Una sorpresa che si colora d’imbarazzo nei confronti delle autorità del Cairo (e della leadership ‘amica’ dei Fratelli Musulmani), per il denunciato coinvolgimento nell’attacco di cellule palestinesi della Striscia di Gaza.

L’episodio, risoltosi in un bagno di sangue, ha già provocato conseguenze, con la chiusura a tempo indeterminato da parte dell’Egitto del valico di Rafah, fra il Sinai e la Striscia. E rischia di spegnere sul nascere gli entusiasmi suscitati a Gaza dall’ascesa al potere in riva al Nilo dei Fratelli Musulmani (punto di riferimento politico-ideologico per Hamas). Ancora poche settimane fa, con l’insediamento di Mohammed Morsi alla carica di presidente dell’Egitto, la popolazione di Gaza era scesa in piazza per festeggiare l’evento: per ore raffiche di arma automatica erano state sparate verso il cielo in segno di gioia. Ieri invece, dopo la uccisione di 16 agenti egiziani, Morsi non ha esitato a puntare il dito accusatore proprio all’indirizzo dei dirigenti di Gaza. Questi ultimi hanno fatto a gara nel denunciare l’attacco, nell’esprimere cordoglio ai congiunti delle vittime e nel promettere che i complici dell’eccidio eventualmente scoperti all’interno della Striscia riceveranno punizioni esemplari.

– Quello di ieri è stato un crimine odioso – ha esclamato fra gli altri Ahmed Bahar, vicepresidente del Consiglio legislativo palestinese e uomo di spicco di Hamas -. Apriremo immediatamente un’inchiesta.

Da parte sua, il ‘ministero degli interni’ di Hamas ha proclamato lo stato d’allerta e ha provveduto a chiudere i tunnel di contrabbando scavati sotto il confine con l’Egitto: con una mossa che da un lato mira ad impedire ai jihadisti la libertà di movimento fra la Striscia e il Sinai, ma dall’altro colpisce l’ingresso di merci necessarie alla popolazione. Animato da una ideologia che coniuga il radicalismo religioso con la lotta armata, in anni passati il braccio armato di Hamas aveva trovato spazio di cooperazione con i gruppi della galassia iper-integralista che s’ispira alle parole d’ordine di Al Qaida: in particolare li aveva spronati ad attaccare Israele per ostacolare il processo di pace e mettere in difficoltà il pragmatico presidente dell’Anp Abu Mazen. Ma dal 2007, quando Hamas ha conquistato il potere a Gaza, la sua logica è mutata al punto da prendere di petto due anni fa – armi alla mano – una formazione jihadista-salafita, guidata dallo sceicco Abdel Latif Mussa. Sul terreno caddero allora 23 combattenti islamici ultrà (incluso il capo religioso) e 150 rimasero feriti.

In tempi recenti la leadership di Gaza ha per altro verso continuato a beneficiare della latitanza di potere nel Sinai: divenuto agli occhi d’Israele una zona franca per terroristi e trafficanti di ogni risma sull’onda del caos seguito alla caduta di Hosni Mubarak in Egitto; ma funzionale agli interessi di Hamas sul fronte del contrabbando di merci e di armi.

Anche su questo punto la prospettiva è tuttavia cambiata con l’arrivo al potere al Cairo di Morsi: una svolta che Hamas giudica “di portata storica” e che imporrebbe adesso come priorità assoluta il mantenimento di relazioni di reciproca fiducia col presidente dell’Egitto. Di qui l’imbarazzo per i fatti dell’altro giorno; e l’obbligo di provare a mettere quanto prima una sordina alla guerra per bande lungo il confine.

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