LA STORIA: Incomprensione linguistica causò la tragedia

PESCARA – Fu un’incomprensione linguistica a causare l’esecuzione errata di una manovra da parte di un operaio italiano che non parlava bene il francese, e che l’8 agosto del 1956 determinò la tragedia di Marcinelle, nella quale morirono, 262 minatori di 12 nazionalità diverse. Fra i 136 italiani vi erano 61 minatori abruzzesi – provenienti in gran parte da Manoppello, San Valentino, Lettomanoppello e altri piccoli centri limitrofi – e sette molisani.

La tragedia di Marcinelle, il peggiore disastro mai accaduto nelle miniere belghe, fu considerata anche il frutto di un accordo, detto ‘’Uomo-carbone’’, con cui l’Italia si era impegnata nel 1946 a spingere in Belgio mille minatori a settimana ricevendo in cambio 200 chili di carbone al giorno per ogni emigrato. Italiani che, secondo lo stesso accordo, dovevano avere ‘’un’età ancor giovane (35 anni al massimo) e un buono stato di salute’’; per loro, un contratto di 12 mesi.

Ieri, 56 anni dopo, quella tragedia è stata ricordata dalle massime autorità dello Stato. Per il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, quel ‘’dramma è di stimolo alla incessante ricerca di condizioni di lavoro sicure e dignitose per tutti. Si tratta di un obiettivo che nemmeno oggi può dirsi raggiunto e che deve continuare a impegnare le autorità italiane ed europee’’.

Il presidente del Senato, Renato Schifani, la definiscce ‘’l’emblema di una generazione che, spinta ad emigrare alla ricerca di un futuro migliore, si è trovata spesso a confrontarsi con condizioni difficili di vita e di lavoro’’, mentre per quello della Camera, Gianfranco Fini, ‘’deve costituire per tutti un forte monito a tutelare sempre e in ogni circostanza la vita, la salute e la dignità dei lavoratori’’.

Erano le 08:10 dell’8 agosto 1956 quando una nuvola di fumo nero si levò dalla miniera ‘’Bois du Cazier’’ a Marcinelle. Un pozzo era in fiamme a 975 metri di profondità. A provocarlo era stato un incidente tutto sommato piccolo: un operaio chiamò per sbaglio l’ascensore proprio mentre ne stava uscendo un vagoncino che, incastratosi, tranciò un tubo per il petrolio e i cavi della corrente elettrica, ad esso troppo vicini. L’incendio che ne seguì determinò la morte di 262 minatori.

Il Tribunale d’ inchiesta sulla strage assolse i proprietari della miniera che avevano creato le premesse della tragedia con una sistemazione così precaria delle attrezzature. Unico responsabile fu ritenuto l’ addetto alla manovra del montacarichi, l’italiano Antonio Ianetta, 27 anni. Nonostante capisse poco il francese, l’uomo fu addetto a quelle mansioni, che implicavano un coordinamento di movimenti tra chi caricava i vagoncini in fondo al pozzo e chi doveva tirar su l’ ascensore. E l’origine della manovra sbagliata pare sia stato proprio un errore di comprensione della lingua. Ma
al processo, nel maggio 1959, Ianetta non ci sarà. Poco dopo la tragedia, fu fatto partire in tutta fretta per il Canada.

Quella mattina erano scesi in 274 nel pozzo del Bois du Cazier. Il turno 6-14, il primo. Quando divampò l’incendio i minatori erano al lavoro da due ore. Sei di loro, che si trovavano più vicini all’ascensore, riuscirono a salirci e a farsi tirare su. Poi le fiamme bloccarono il meccanismo. Altri sei minatori furono salvati dalle squadre di salvataggio. Dei 18 uomini della squadra di salvataggio, solo due sono ancora vivi: Silvio Di Luzio, abruzzese, e Redento (Rene’) Novelli, friulano.

L’incendio non aveva toccato chi lavorava ai livelli più bassi della miniera e per giorni si sperò di poterli trovare ancora vivi. La speranza crebbe quando si trovò una scritta su un pezzo di legno: ‘’Fuggiamo verso la nuova galleria’’. Quando li raggiunsero, però, li trovarono tutti morti.

L’11 agosto, tre giorni dopo, i soccorritori riuscirono ad estrarre dalla miniera i primi due corpi a quota – 835 metri. Ma solo dopo undici giorni le salme degli altri 260 minatori vennero restituite alle vedove e agli orfani. La miniera fu chiusa solo nel 1967.

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