Iran, venti di guerra da Israele

TEL AVIV  – In un bellissimo week-end estivo, fra spiagge affollate di bagnanti e caffè stracolmi di avventori, il popolare tabloid Yediot Ahronot ha raggelato oggi gli animi degli israeliani annunciando sull’intera prima pagina che, ”se dipendesse solo da loro, il premier Benyamin Netanyahu e il ministro della difesa Ehud Barak ordinerebbero un attacco alle infrastrutture nucleari in Iran già questo autunno. Prima anche delle elezioni presidenziali di novembre negli Usa”. Non è detto che ciò necessariamente avvenga perchè i responsabili militari e d’intelligence del Paese, e con loro il capo dello Stato Shimon Peres, continuano a opporsi -secondo le informazioni in possesso del giornale- a un’azione israeliana non concordata con un alleato vitale come gli Stati Uniti. Ma la partita resta aperta e il tam tam d’un ipotetico sbocco armato del braccio di ferro con Teheran non cessa di rullare.

Nel Paese il dibattito si accalora. Gli oppositori del blitz escono allo scoperto: con un appello sul web (destinato a raggiungere i piloti militari, affincè si rifiutino di partire in missione) e con un appassionato appello di figure come lo storico della Shoah Yehuda Bauer, gli scrittori Sami Michael e Yoram Kenyuk, la cantante Noa e l’attivista Yael Dayan, figlia del leggendario generale e uomo di governo Moshe Dayan. Un attacco in Iran -avvertono costoro- sarebbe ”un azzardo indecente”. Sull’ordine di un eventuale blitz ”sventola una bandiera nera” d’illegalità, aggiungono. Anche perchè, senza il sostegno degli Usa, Israele potrebbe al massimo ritardare di un anno i progetti nucleari di Teheran. Netanyahu – accusano – s’illude ancora di poter trascinare Washington scommettendo sul fatto compiuto. Ma in realtà -concludono- rischia di arrecare un danno irreparabile alla cooperazione strategica fra i due Paesi. E all’indomani il futuro d’Israele sarebbe molto incerto.

Secondo Yediot Ahronot, di recente Barak ha dovuto ascoltare pareri simili quando ha chiesto il sostegno dei generali dello Stato maggiore. Essi, a quanto pare, non appoggiano la sua linea dura, aggiunge il giornale: e gli hanno anzi manifestato il timore che un bombardamento sull’Iran possa innescare un conflitto regionale dagli effetti incalcolabili. Un conflitto nel quale le retrovie d’Israele si ritroverebbero esposte su più fronti, con danni e perdite potenzialmente ingenti. A queste critiche ha replicato oggi un ‘decision maker’ israeliano citato in forma anonima su Haaretz in un’intervista che tuttavia dissimula fra le righe elementi tali da far pensare che si tratti dello stesso Barak.

L’influente personaggio ‘misterioso’ replica ai dubbiosi sostenendo che Israele si trova oggi ”col coltello alla gola”, come alla vigilia della guerra dei Sei Giorni del 1967. E che, se l’Iran riuscisse a dotarsi davvero di armi nucleari, sarebbe seguito da Turchia, Egitto e Arabia Saudita. Con una proliferazione in grado di estendersi magari a gruppi terroristici del Medio Oriente. Attaccando adesso -è la tesi del ‘decision maker’- Israele potrebbe sperare se non altro di ritardare i progetti iraniani di qualche anno: nel frattempo la leadership in quel Paese potrebbe cambiare. Attendendo oltre, invece, argomenta la gola profonda, lo Stato ebraico perderebbe l’attimo fuggente e non sarebbe poi più nelle condizioni di colpire in modo efficace, lasciando una questione ‘di vita o di morte’ per la sua sicurezza nazionale alla mercè della teorica buona volontà Usa.

– E questo – è la conclusione – non ce lo possiamo proprio permettere”.

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