Monti cerca allungo su crescita, gelo sindacati

ROMA – Poco tempo a disposizione, poche risorse da impegnare e un discreto arretrato da evadere in termini di leggi ancora ‘appese’ all’emanazione dei provvedimenti attuativi: 50 su oltre 350. Il premier, Mario Monti, approfitta del primo Cdm dopo la breve pausa estiva, quello di venerdì scorso, per rilanciare “almeno un po’”, spiega ora il ministro della Funzione Pubblica Filippo Patroni Griffi, sulla crescita. E il programma è dettagliatissimo: dalla social card alle infrastrutture, passando per le liberalizzazioni e la nuova spending.

“L’agenda” del governo lascia freddi i sindacati. Dopo le parole di sabato del leader della Cisl, Raffaele Bonanni, sono netti i giudizi di Cgil e Uil:
– Un elenco di titoli che ci sentiamo dire da lungo tempo e non si traducono mai in provvedimenti. Una somma di micro cose con l’idea che daranno risultati tra anni mentre invece abbiamo tempi stretti – commenta Susanna Camusso, mentre Luigi Angeletti sostiene che “il tentativo di risposta del Governo alla crisi purtroppo credo non sia all’altezza della situazione dell’occupazione”.

In molti – spiegano ambienti parlamentari – sono pronti a scommettere che si tratta per lo più di buone intenzioni ma che difficilmente si riuscirà a vederne la traduzione in leggi dello Stato. Due gli ostacoli principali: il tempo e le risorse scarse. Oltre all’oggettiva esiguità dei tempi (a occhio e croce 8 mesi, non tutti utili, da oggi a fine legislatura) pesa anche la situazione politica con una campagna elettorale che allo stato sembra già avviata e su toni decisamente poco concilianti.
Poi, per fare sviluppo non ci sono risorse ‘nuove’, solo ‘riallocazioni’. E quelle che eventualmente arriveranno serviranno a blindare il percorso di rientro dei conti (ad esempio c’è da reperire ancora 6 miliardi per evitare l’aumento dell’Iva). C’è poi la fondamentale partita del rientro del debito che assorbirà non poche risorse (il piano del ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, prevede una ‘spesa’ di un punto di Pil, 15-20 miliardi l’anno, da reperire con le dismissioni). Allo stato dunque, oltre all’emanazione dei provvedimenti attuativi delle leggi già varate (350 tra regolamenti, decreti ministeriali, ecc.) i passaggi certi sono: la Legge di Stabilità con relativa nota di aggiornamento al Def (il documento di economia e finanza che traccia gli impegni del governo) e del disegno di legge del bilancio dello Stato.

C’è poi la ‘partita’ della riduzione del pubblico impiego: Patroni Griffi spiega che entro la scadenza del ‘31 ottobre’ (prima ci sarà a fine settembre lo sciopero dei sindacati) si dovranno definire organici della P.a. e i successivi tre mesi serviranno per ‘fare i nuovi regolamenti’ per rivedere le competenze. Si attende poi per fine anno il taglio alle province che arriverà una volta recuperati i pareri dei territori.

Oltre al Ddl anticorruzione e alla mini-riforma sanitaria, l’esecutivo punterebbe anche a una terza tranche di revisione della spesa con la quale recuperare altri 6 miliardi per evitare l’aumento dell’Iva nel 2013.

Di auspicabile ma più incerto c’è ancora in ballo la riforma fiscale attualmente in commissione Finanze a Montecitorio e la relativa revisione dell’Isee, l’indicatore della situazione economica equivalente, il taglio alle agevolazioni fiscali (evitato a sua volta con il primo aumento già varato dell’Iva) e la redistribuzione a favore delle famiglie. Mentre il rifinanziamento della social card si farebbe direttamente con la Legge di Stabilità.

Molto difficile appare anche una nuova tornata di liberalizzazioni, anche se il governo indica questa come una delle priorità, considerato l’alto livello di conflitto scatenato dal primo decreto.