Pratola Peligna: Storia del comune

Il nome “Pratola” sembra avere connessioni con la parola “prato”, nel senso di terreno coltivato a foraggio, come emerge da un documento del 1301. E’ il periodo (1294) in cui il territorio viene dato in feudo all’Abbazia di Santo Spirito, ai piedi del monte Morrone, fondata dall’eremita Pietro Angelerio, divenuto papa col nome di Celestino V. Un papa, che dopo pochi mesi di pontificato, rassegnava le dimissioni (13 dicembre 1294).
Esisteva, forse da millenni, un territorio abitato, che per la sua collocazione geografica confinante con la vicina Corfinium, capitale dei popoli italici, aveva partecipato alla guerra sociale contro Roma, per la concessione della cittadinanza (91-89 a.C.). Ma il primo documento importante che cita il territorio di Pratola (“in loco Pratulae”) è nel Chronicon Volturnensis (997 d.C.).
La storia di Pratola è strettamente legata alla storia di Celestino V e dei suoi monaci. Era stato il re di Napoli, Carlo II d’Angiò, ad assegnare il territorio come feudo al monastero dei Celestini, che durerà fino alla soppressione dell’Ordine nel 1807. Di questo legame con i Celestini restano numerosi segni: dallo stemma, un serpente attorcigliato alla croce, collocato sull’arco D’Angiò per accedere al centro storico, chiamato “dentro la terra”, alla piazzetta e alla chiesa dedicata a San Pietro Celestino. Anche nel santuario più famoso e importante di Pratola, la Madonna della Libera, vi sono reperti provenienti dall’Abazia Celestiniana: una statua di Cristo Risorto, una statua della Madonna opera dei monaci celestini. Il santuario della Madonna della Libera, che nei giorni della festa, la prima domenica di maggio, richiama numerosi pellegrini, turisti e visitatori, è il monumento per eccellenza, il simbolo di Pratola. La sua costruzione iniziale risale al 1851, ma sorge sul sito d’una cappella del ’500, dove si venerava l’affresco di una Madonna miracolosa. Pratola è la Madonna della Libera. Non solo simbolo religioso, ma segno di identità, di cittadinanza, al di là del tempo e dello spazio. Perché alla Madonna della Libera guardano tutti i pratolani, in paese come altrove: segno tangibile di solidarietà umano-cristiana.
Nel secolo delle lotte per le libertà, il fatidico 1848, definito da molti annus mirabilis per le rivoluzioni sociali in Europa e per la concessione delle carte costituzionali (“ottriate”, Statuto Albertino), fu per Pratola annus horribilis. Il 7 maggio 1848, festa della Madonna della Libera, una sommossa provocò spargimento di sangue. Rimasero uccise due persone: Serafino Colella e Raffaele Passaro. Molti altri furono feriti. Il giorno seguente, numerosi contadini, al grido di “Viva il Re; abbasso la Costituzione” attraversarono il paese, seguendo una bandiera rossa. Fu ucciso un benestante, Luigi Bianchini, dalla fama di avaro. Anche altre case e altre persone colpite e saccheggiate. Furono nominati nuovi magistrati giudiziari e comunali. I responsabili, istigatori della sommossa, tra cui l’arciprete Corsi, furono sottoposti a processo penale. Ma il processo non fu mai celebrato, perché il fratello dell’arciprete, segretario particolare del re, fece in modo che tutto si insabbiasse (cfr. Costantini, B., Carbonari e preti in Abruzzo, Polla, Cerchio 1986).
Dopo l’unità d’Italia, nel 1863, per regio decreto, il paese prende ufficialmente il nome di Pratola Peligna.

Il culto della Madonna della Libera
Secondo la leggenda, durante la terribile peste del 1456, un contadino sognò la Madonna liberatrice, che gli annunciò la fine dell’epidemia. Svegliatosi l’uomo scorse tra le macerie della chiesetta dove si era rifugiato un quadro raffigurante la Vergine ed esclamò: “Madonna, liberaci!”. Dopo la fine dell’epidemia il quadro, trasportato al paese, venne posto all’interno di una nuova chiesa appositamente costruita e divenne oggetto di particolare venerazione.
La festa si celebra ogni anno la prima domenica di maggio e l’organizzazione è affidata ad un “comitato di laici”, rinnovato ogni anno, all’interno del quale figure importanti sono il presidente e la “mastra”, a cui è affidata la guida delle “cercatrici”, con il compito della raccolta delle offerte. I festeggiamenti iniziano il venerdì precedente, con l’arrivo della “compagnia di Gioia dei Marsi”, un gruppo che compie a piedi il pellegrinaggio tra i due paesi attraverso sentieri e valichi montani; all’entrata del santuario viene compiuto il rito dello “strascino” ossia il percorso fino all’altare maggiore in ginocchio. Il sabato avviene l’esposizione della Madonna, la cui statua collocata dentro il tempietto dell’altare viene fatta avanzare meccanicamente verso la navata centrale. La domenica si tiene una grande processione per le vie del paese.
Il fine settimana seguente si tiene ancora l’”Ottavario”, dove si svolgono anche festeggiamenti civili e ludici.
Il Santuario è stato lesionato dalla scossa di terremoto che ha colpito la regione il 6 aprile 09,con l’apertura di vistose crepe lungo le navate e la caduta di alcuni calcinacci dalla cupola (che sarebbe instabile). Proprio per questi motivi,nel 2009 non si sono celebrati i solenni festeggiamenti per la Madonna della Libera.

Il Santuario
Iniziato nel 1851, l’attuale Santuario domina alto e maestoso nel mezzo del paese. La facciata, di linea neoclassica, è adornata da quattro monumentali statue dovute allo scalpello del popolese Nazareno Di Renzo e collocate nel 1911.
L’interno del Tempio si distingue per sontuosa armonia, nella vastità delle tre navate e nella ricchissima veste barocca.
È dotato di 10 altari inseriti in altrettante cappelle. Una di queste venne destinata alla custodia dell’immagine miracolosa della Madonna della Libera, che vi fu collocata nel 1855, dopo la demolizione della chiesa primitiva.
Negli anni successivi si pensò all’abbellimento del grandioso edificio. Per le decorazioni fu chiamato il maestro stuccatore Pasquale Perna, di Torre de’ Passeri, che lavorò indefessamente dal 1860 al 1865.
Dal 1890 in poi la Ditta Fratelli Pavoni di Penne ricoprì con oro zecchino i rilievi ornamentali e adornò di finti marmi i pilastri.
Si ricorse al celebre pittore Teofilo Patini (1840-1906), di Castel di Sangro, per il quadro di S. Antonio da Padova, mentre Amedeo Tedeschi (nativo di Pratola) dipinse i medaglioni della volta centrale. Le pitture dei quattro Evangelisti che stanno nei pennacchi sotto la cupola portano scritto Patini-Tedeschi, anno 1900.
Il magnifico e vistoso tempietto sovrastante l’altare maggiore è opera di Berardino Feneziani e di suo nipote Giulio, mentre suo fratello Giovanni fece le statue.
Opere tutte finemente eseguite, che vennero inaugurate nella solennissima esposizione del sabato 4 maggio 1912, vigilia della festa della Madonna.
Nella stessa circostanza fu benedetto l’organo, di 2.300 canne, opera delle rinomata Ditta Inzoli di Crema, con progetto e collaudo del Prof. Ulisse Matthey, organista della Basilica di Loreto.

Cucina
Le tradizioni gastronomiche del paese discendono dalle tradizioni della cucina contadina. I “fagioli di Pratola”, “poverelli” e “cannellini”, costituiscono l’ingrediente base di numerosi piatti tipici.
Il pranzo della vigilia di Natale è particolarmente caratteristico e comprende “le sette minestre”, sette portate cucinate con prodotti locali: minestra di lenticchie, minestra di ceci, spaghetti al sugo di trota o di tinca, baccalà, cavoli lessi e scrippelle salate in sostituzione del pane.
Il piatto tipico della Domenica delle Palme è “la sagna riccia con la ricotta, reginelle secche condite con ricotta di pecora e ragù di agnello.
Tra i dolci degni di nota sono “le pizzelle”, i “ceci ripieni” (fagottini a mezzaluna con ripieno di passata di ceci, mosto cotto, cioccolato e canditi) e la “pizze” “di Carnevale” e “di Pasqua”.
A Pratola si producono vini come il Montepulciano d’Abruzzo, il Cerasuolo ed il Trebbiano.

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