Fiat preoccupa sindacati. Della Valle: “Ad inadeguato”

ROMA – ‘Fabbrica Italia’ era considerato un marchio garanzia. E ora che Fiat l’ha archiviato ufficialmente, insieme alle polemiche sulle scelte industriali del Lingotto, torna a salire la preoccupazione per il destino degli stabilimenti italiani. I sindacati alzano la voce e chiedono un intervento del governo. Il patron della Tod’s, Diego Della Valle, attacca:
– Il vero problema di Fiat sono i suoi azionisti di riferimento e il suo amministratore delegato. Sono loro che stanno facendo le scelte sbagliate o, peggio ancora, le scelte più convenienti per loro e i loro obiettivi, senza minimamente curarsi degli interessi e delle necessità del Paese.

Il fantasma che aleggia è l’ipotesi che Fiat possa scegliere la strada di un progressivo ma inesorabile disimpegno dal mercato europeo e, quindi, da Torino e dal resto d’Italia. Un’ipotesi che, comunque, resta al momento una estrema ratio.
– Penso sia possibile un ridimensionamento della produzione, ma non penso ad un abbandono totale dell’Italia – dice Giuseppe Berta, storico d’impresa dell’università Bocconi e uno dei massimi esperti di Fiat del Paese.
Massima allerta, comunque, anche in casa Pd.

– La questione della Fiat è drammatica, siamo arrivati alla riproduzione degli anni ‘70. Vorrei dire al governo: nessuno vuole il dirigismo, ma da ministro posso dire che se li chiami devono venire – scandisce il leader Pierluigi Bersani.
Sicuramente, la presa di posizione di Marchionne viene letta con molta apprensione anche dal governo. Il ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera ha assicurato che chiederà chiarimenti e il sottosegretario all’economia, Gianfranco Polillo, parla di “un fulmine a ciel sereno”. La Fiat, aggiunge, “ha detto di essere in fase di ripensamento, aspettiamo di saperne di più. Immagino ci sarà un confronto con il ministro Passera sulle soluzioni da adottare”.

Ovviamente agitate le acque nel fronte sindacale.

– Marchionne ha detto a me e ad altri sindacalisti che per adesso si soprassiede perché il mercato è davvero molto giù e quindi bisogna aspettare che sia più vivace -, sintetizza il leader della Cisl, Raffaele Bonanni -. Ora spero e speriamo tutti che riprenda vivacità perché è la condizione per riottenere una produzione capace di assorbire tutte le persone che sono impegnate nel settore.

Più dure le considerazioni che arrivano dai sindacati metalmeccanici.

– La Fiat deve dire la verità al Paese: il gioco degli specchi è finito. Non si possono scaricare le soluzioni sui lavoratori come si è cercato di fare finora chiedendo disponibilità di orari, turni, straordinari e riduzione delle pause senza portare investimenti e senza mantenere gli impegni -, attacca Giorgio Airaudo, responsabile Auto della Fiom.

Tensione si respira soprattutto negli stabilimenti più a rischio.

– Siamo molto preoccupati. Qui a Cassino se chiude Fiat va in crisi l’intero territorio. L’intera economia della provincia gira intorno allo stabilimento. A questo punto è necessario l’intervento del governo che deve convocare la Fiat e le parti sociali per sapere effettivamente qual è a questo punto il piano dell’azienda -, dice il segretario provinciale della Fim di Frosinone, Mario Spigola.

– Occorre resistere fino a metà del 2013 per superare la crisi che investe il settore dell’auto ed essere pronti con la capacità produttiva dei siti e i nuovi modelli da produrre. Fino a quel tempo Fiat può utilizzare contratti di solidarietà e cassa integrazione per far fronte alla congiuntura negativa -, ricorda Rocco Palombella, segretario generale della Uilm.
In questo scenario, è puntuale l’analisi di Giuseppe Berta, storico d’impresa dell’università Bocconi e uno dei massimi esperti di Fiat del Paese.

– Penso sia possibile un ridimensionamento della produzione, ma non penso ad un abbandono totale dell’Italia – spiega – tagliare i ponti con il mercato europeo sarebbe rischioso e questo vale anche per General Motors con Opel.
I chiarimenti arrivati dal Lingotto, che ha sostanzialmente archiviato l’operazione Fabbrica Italia, vengono letti come “la conferma di un’indicazione già nota dall’autunno scorso, ovvero che non si vuole più utilizzare l’espressione Fabbrica Italia, che si conferma lo stato di difficoltà dell’auto in Italia e in Europa e che sono considerati più profittevoli gli investimenti in America del Nord e in America del Sud”. Secondo Berta, in questo contesto, se “è giustificata la preoccupazione dei sindacati di fronte a una grave flessione del mercato”, il governo non può fare molto rispetto alle scelte della Fiat: “un governo senza risorse come quello attuale, si deve limitare chiedere informazioni. E la risposta di Fiat è sempre la stessa, che è libera di produrre dove le conviene di più”. Va ricordato comunque, conclude Berta, che Fiat ha fatto investimenti in Italia che guardano al futuro, come dimostra il fatto che “sta finendo il nuovo impianto Maserati a Grugliasco”.