Gaza, ergastolo agli assassini di Vittorio Arrigoni

GAZA – Si è concluso con quattro condanne, due delle quali all’ergastolo, il processo alle persone coinvolte nell’omicidio dell’attivista pro palestinese Vittorio Arrigoni, rapito e poi ucciso nella Striscia di Gaza nell’aprile del 2011. La sentenza è arrivata da un tribunale militare controllato da Hamas dopo 11 udienze sul caso e, come conferma il legale della famiglia di Arrigoni, è stata la stessa famiglia a chiedere per due volte che ai colpevoli non venisse imposta la pena di morte.

Rapimento e uccisione
Vittorio Arrigoni fu rapito il 14 aprile del 2011 da alcuni estremisti musulmani e venne ucciso prima dello scadere dell’ultimatum fissato dai sequestratori. Il corpo senza vita di Arrigoni, 36 anni, fu trovato il giorno dopo il rapimento, a seguito della diffusione di un video che lo mostrava bendato e picchiato. Nel filmato, i rapitori si identificavano come il gruppo estremista ‘Monoteismo e Guerra santa’ e chiedevano il rilascio di due loro leader in cambio della liberazione dell’ostaggio. Si era trattato del primo episodio del genere avvenuto a Gaza da quando Hamas è salito al potere nel 2007. Arrigoni viveva a Gaza dal 2008.

Le condanne
Le condanne arrivate ieri sono quattro. Due persone sono state condannate per omicidio e rapimento: si tratta di Mahmoud al-Salfiti, 28 anni, e Tamer al-Hasasna, di 27 anni, che hanno avuto una condanna a 25 anni per l’omicidio e 10 per il sequestro, massime pene previste dal codice penale di Gaza, equiparate tecnicamente all’ergastolo. Un terzo uomo, il 24enne Khader Jram, è stato condannato a 10 anni per aver partecipato al sequestro, mentre il 23enne Amer Abu Ghouleh dovrà scontare un anno di prigione per aver offerto rifugio ai fuggitivi. All’omicidio di Arrigoni avevano contribuito anche altri due uomini, che erano però morti nell’aprile dell’anno scorso in uno scontro a fuoco scoppiato quando le forze di sicurezza di Hamas fecero irruzione nel loro nascondiglio.
Dopo l’uccisione venne fuori che le due persone condannate per omicidio, al-Salfiti and al-Hasasna, lavoravano per il ministero dell’Interno di Hamas. In particolare al-Salfiti si era appostato ad un checkpoint vicino al luogo in cui viveva l’attivista in modo da osservare più facilmente i suoi movimenti. Il caso imbarazzò il governo di Hamas, che aveva promesso di fermare simili crimini violenti e sequestri che erano frequenti nel territorio sotto la gestione dell’Autorità palestinese guidata da Mahmoud Abbas. Una delle prime misure adottate da Hamas dopo aver preso il potere era stata per esempio di costringere al rilascio di un reporter della Bbc, Alan Johnston.

Il processo
Ai giornalisti non è stato permesso accedere alle 11 udienze del processo. La famiglia di Arrigoni è stata rappresentata dal gruppo di Gaza ‘Palestinian Center for Human Rights’. Arrigoni portava avanti diversi progetti per i palestinesi. Tra le altre cose aiutava i contadini a piantare il grano vicino al confine orientale di Gaza con Israele, sfidando il divieto di ingresso in quella che era stata imposta come zona di sicurezza per distogliere i militanti palestinesi dall’avvicinarsi all’area. Tra i suoi segni di riconoscimento maggiormente noti, il suo cappellino nero, la pipa, alcuni tatuaggi, i suoi braccialetti con i colori della bandiera palestinese e il suo senso dell’umorismo.