Sì al ricorso del Colle: le intercettazioni vanno distrutte

ROMA  – Il ricorso di Giorgio Napolitano è stato accolto. Le intercettazioni andranno distrutte. La Corte Costituzionale ha messo la parola fine a una vicenda, non priva di risvolti politici, che ha opposto in un conflitto d’attribuzione il Presidente e la Procura di Palermo. Al centro del caso alcune telefonate di Napolitano indirettamente intercettate quando le utenze dell’ex ministro Nicola Mancino erano state messe sotto controllo dai pm palermitani che indagano sulla presunta trattativa Stato-mafia.

Dopo un’udienza pubblica di un’ora e quaranta e una camera di consiglio di circa 4 ore, la Consulta ha stabilito che i pm non avrebbero dovuto valutare le conversazioni del Capo dello Stato, né omettere di chiederne la distruzione seguendo il percorso tracciato per le intercettazioni vietate. Soddisfatto l’ex avvocato generale dello Stato, Francesco Caramazza, che ha steso il ricorso e che a settembre ha passato il testimone a Giuseppe Dipace:
– Fin dal primo momento ho ritenuto che quel ricorso fosse fondato, sono contento di non essermi sbagliato – afferma. Ieri, in mattinata, durante l’udienza pubblica ad illustrare la vicenda sono stati i giudici relatori, Gaetano Silvestri e Giuseppe Frigo. Poi la parola è passata agli avvocati delle parti: Dipace, appunto, e i colleghi Antonio Palatiello e Gabriella Palmieri per il Capo dello Stato; Alessandro Pace, Mario Serio e Giovanni Serges per la Procura. Presente anche il Procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo.
– E’ un momento interessate – ha detto Dipace -. Il presupposto da cui sono partiti gli avvocati dello Stato è che sollevare il conflitto sia stata una strada obbligata.
– La Procura di Palermo – ha riferito a sua volta Palmieri – ha trattato queste come normali intercettazioni, non ha tenuto presente il fatto che siano intercettazioni illegittime, sulla base dell’art. 90 della Costituzione che riguarda le prerogative e l’irresponsabilità del Presidente e della legge collegata 219/1989. Così facendo si è prodotto un vulnus nella riservatezza del Presidente perché ipotizzando un’udienza stralcio di fronte al Gip per chiedere la distruzione delle intercettazioni, come ha sostenuto la Procura di Palermo che ha indicato questa come unica via, ha esposto quelle conversazioni del Capo dello Stato alla valutazione dei pm e ancor più al rischio che una volta messe a disposizioni delle parti per gli eventuali usi processuali, potessero diventare pubbliche.
Insomma, quella richiesta non è stata fatta. Sul fronte opposto, Pace ha fatto un intervento volutamente giocato, in alcuni passaggi, sul filo del paradosso o comunque teso a dimostrare che “paradossali” erano alcune tesi dell’avvocatura. Per esempio che “un fatto fortuito”, come le conversazioni captate casualmente, “non può essere oggetto di divieto. E’ mai possibile vietare di scivolare accidentalmente su una strada ghiacciata?”, è la domanda retorica rivolta da Pace alla Corte nella sua arringa. Nella parte finale del suo intervento Pace ha anche sviluppato un’altro aspetto: cosa dovrebbero fare i pm se intercettassero una conversazione del presidente della Repubblica che complotta per un colpo di Stato? distruggere i file? E se questo “surplus di garanzie” che l’Avvocatura prospetta per il Colle valesse anche per ministri e premier, i magistrati non potrebbero più intercettare nessun sospettato che avesse contatti con loro? Una via “lineare” di soluzione, suggerisce Pace, “potrebbe essere la richiesta dell’apposizione del segreto di stato da parte del Presidente della Repubblica al Presidente del Consiglio” sul contenuto delle telefonate intercettate. Ma la Consulta ha indicato una strada ben diversa: quella prevista dall’art. 271 del codice di procedura penale sulle intercettazioni vietate. Quell’articolo afferma che il giudice può in ogni grado del processo disporre la distruzione delle registrazioni che coinvolgano soggetti non intercettabili in funzione del loro ruolo: il difensore, il confessore, il medico. A maggior ragione deve valere per il Presidente, ha sostenuto l’Avvocatura e ha confermato la Consulta. Perché quella strada prevede che “il giudice decida senza contraddittorio”, hanno spiegato gli avvocati dello Stato e senza rischio che i contenuti delle conversazioni siano divulgati.
– E’ un tema complesso e l’intervento della Consulta ha fatto chiarezza su una situazione non regolata da una norma specifica del codice di Procedura Penale e che si prestava a diverse interpretazioni – afferma l’Anm. E da Palermo arriva il commento di uno dei pm titolari dell’inchiesta Stato-mafia, Nino Di Matteo:
– Vado avanti nel mio lavoro con la coscienza tranquilla ritenendo di aver sempre agito nel pieno rispetto della legge e della Costituzione.

 

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