La “Ley de medios” si ferma in Appello, il governo ricorre alla Corte Suprema

BUENOS AIRES – Il governo è ricorso ieri mattina alla Corte Suprema impugnando il verdetto con cui giovedì una Corte d’Appello ha frenato l’applicazione, prevista per ieri, di una clausola chiave della nuova ‘Ley de Medios’, su richiesta dell’influente Grupo Clarín, principale gruppo mediatico dell’Argentina e fra i primi tre dell’America Latina. L’esecutivo, si legge sul sito internet della presidenza, ha presentato presso il massimo tribunale “il ricorso straordinario di ‘per saltum’ (casi sensibili) al fine di revocare l’estensione della misura cautelare che favorisce il Grupo Clarín”.
Proprietario di quasi 300 licenze tra tv in chiaro e via cavo, radio, internet, sette giornali nonché il più letto del paese, aziende che producono per cinema e tv, tipografie ecc. – pari al 70% del mercato – il gruppo è riuscito finora a bloccare l’applicazione degli articoli che lo obbligano a disfarsi dei media che eccedono il limite consentito ottenendone la sospensione in attesa di un pronunciamento giuridico sulla loro costituzionalità.
Alla Corte Suprema, il governo ha chiesto di “sospendere in modo immediato” e in seguito “dichiarare nullo” il verdetto della Camera civile e commerciale federale favorevole al Clarín emesso giovedì. Allo stesso tempo, l’esecutivo si è rivolto al massimo tribunale anche attraverso l’autorità incaricata dell’applicazione della legge, l’Afsca, chiedendo di ratificare il 7 dicembre come data in cui si debba cominciare ad applicare la clausola che prevede la rinuncia alle frequenze in eccesso.
La ‘Ley de medios’ è una legge volta a promuovere, decentrare e dare impulso alla concorrenza, democratizzando e universalizzando l’accesso alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione per favorire la diversità e la partecipazione e fomentare la produzione nazionale, approvata nel 2009 e da allora al centro di un durissimo braccio di ferro tra l’esecutivo e il gruppo mediatico più importante dell’Argentina e tra i primi in America Latina. Per mettere un freno alla concentrazione editoriale, favorire la produzione audiovisiva nazionale, promuovere la partecipazione di organizzazioni senza fini di lucro la ‘Ley’ prevede che lo spazio mediatico sia diviso in tre e la proprietà riservata, in percentuale uguale, al settore pubblico, a quello commerciale e alla società civile. Non solo: nessun soggetto potrà possedere più di dieci licenze tra giornali, radio e tv, ognuna delle quali avrà una durata di 10 anni; un imprenditore che già possiede una frequenza in chiaro non potrà possederne una via cavo nella stessa zona; si dividerà inoltre chi produce contenuti da chi li diffonde.
“Una vergogna, un atto che viola la democrazia”, la reazione di Cristina Fernández de Kirchner al momento della decisione, giunta a sorpresa, con cui è stata prorogata la misura cautelare presentata dal Grupo Clarín. Sconcerto espresso anche dal relatore speciale dell’Onu per la libertà d’espressione, il guatemalteco Frank Las Rue, per cui la ‘Ley de Medios’ argentina “è un modello per tutto il continente”.

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