Berlusconi: “Draghi al Colle” Il Governatore: “Resto alla BCE”

Pubblicato il 15 gennaio 2013 da redazione

ROMA  – Mario Draghi prossimo presidente della Repubblica? Silvio Berlusconi lo voterebbe subito ma il Governatore della Bce non è disposto a farsi mettere sulla graticola della campagna elettorale italiana e, a stretto giro di posta, fa sapere che lui sta benissimo a Francoforte e intende rimanerci fino a fine mandato, cioè ottobre 2019.

E’ da alcuni giorni che Berlusconi parla della presidenza della Repubblica spiegando di avere un candidato che è certamente gradito anche alla sinistra. Nome che però tiene coperto:.

– Il nome ce l’ho ma non lo posso dire perché quando si dicono si bruciano – aveva spiegato l’altro giorno a Ilaria D’Amico su Sky. E in tanti ieri hanno fatto ‘due più due’ e hanno interpretato la pronta smentita di Draghi in quest’ottica: uscire al più presto dal cono di luce per non bruciarsi, appunto. E per non rischiare di essere indebolito a livello europeo da questo ‘bacio della morte’ del cavaliere.

‘SuperMario’ infatti è stato nominato Governatore di Bankitalia nel 2005 dal Governo Berlusconi ma ha sempre mostrato grande indipendenza e si è spesso ‘beccato’ con il ministro del Tesoro Giulio Tremonti. Nonostante questo Draghi è arrivato alla presidenza della BCE, aiutato da Berlusconi ma soprattutto fortemente voluto dall’Eurogruppo. Come ha dimostrato la famosa lettera della Bce inviata l’agosto del 2011 al governo italiano (firmata Draghi-Trichet) con la quale si chiedeva ”un’azione pressante da parte delle autorità italiane per ristabilire la fiducia degli investitori”. Quasi un ordine da Eurotower che Berlusconi proprio non gradì.

Ciò detto, grazie al cavaliere è ripartito il toto-Quirinale, uno dei giochi preferiti dalla politica italiana. Ma mancano ben quattro mesi alla fine naturale del settennato di Giorgio Napolitano (15 maggio 2013). Provare ad indovinare oggi il nome giusto per il Colle è impresa più da illusionisti che da scommettitori accorti: troppe volte nel passato è valso per il Quirinale il detto della Roma papalina ‘chi entra papa in conclave esce cardinale’. Ed ecco perchè i ‘papabili’ più scaramantici non amano sentire il loro nome inserito in questa super-lista.

Al di là della superstizione sembrano lontani i tempi in cui il cavaliere spingeva a piene mani il cattolicissimo Gianni Letta (”un dono di dio all’Italia”, diceva Berlusconi), che pur rimane nella prestigiosa lista virtuale. Da mesi si parla molto di Giuliano Amato, il ‘dottor sottile’ socialista e craxiano e perciò sicuramente non inviso al Pdl. Se Roberto Maroni – chissà perche’? – da tempo sponsorizza la senatrice del Pd Anna Finocchiaro, tra le donne torna sempre il nome della radicale Emma Bonino. Entrambe outsider di lusso della politica italiana, sempre sulla difensiva quando si tratta di aprire alle donne i cancelli del potere.

Probabilmente quindi non varrà neanche questa volta l’auspicio dello stesso Napolitano che così manifestò le proprie preferenze sul tema:

– Dopo di me spero che ci sia una donna al Quirinale.

E poi c’è l’ex giovane Pierferdinando Casini, ormai bollato come uomo ”orridissimo” da Berlusconi. Azioni in deciso calo per l’ex presidente della Camera. Se ai tempi della prima Repubblica i nomi che venivano candidati per primi erano quelli che si volevano eliminare dalla corsa, non dovrebbe avere molte ‘chance’ Romano Prodi del quale si parla da mesi e mesi. L’ex premier inoltre, è stato l’unico ad aver battuto due volte il cavaliere alle politiche e probabilmente Berlusconi non l’ha dimenticato.

Poi c’e’ ancora Mario Monti: il professore era fino a un mese fa’ il primo della lista. Ora è ‘salito in campo’ e la durezza della campagna elettorale potrebbe appannare la sua immagine di autorevolezza. Ma non si sa mai: le alchimie della politica italiana mischiate ai misteri del Porcellum potrebbero riportarlo in corsa anche per il Quirinale. Alchimie che portano alcuni a guardare ancora a ‘re Giorgio’, il presidente. Magari per una breve fase costituente (un anno, almeno la riforma della legge elettorale e poi dimissioni di Napolitano) se i numeri del voto di febbraio non portassero ad altra soluzione che nuove elezioni: chi avrebbe il coraggio di richiamare gli italiani alle urne dopo poche settimane e ancora con il Porcellum?

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