Blitz in Algeria, strage di ostaggi

TUNISI  – Un bagno di sangue. Si è concluso così il rapimento di massa di  di centinaia di persone – tra cui anche una quarantina di stranieri e occidentali – che lavoravano nel sito gasiero algerino di In Amenas per mano di un gruppo terroristico islamico che gli Stati Uniti riconducono direttamente alla galassia di Al Qaida.

Dopo il fallimento delle trattative per liberare gli ostaggi, l’esercito algerino ieri mattina ha fatto scattare il raid: secondo diverse fonti, elicotteri hanno bersagliato il campo provocando un massacro di rapitori ma anche di ostaggi, di cui ora Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia chiedono ruvidamente conto al governo di Algeri. Tra i sequestrati c’erano, tra gli altri, cittadini americani, britannici, francesi, norvegesi, giapponesi e romeni. Non si sa quanti siano morti e quanti sono invece sopravvissuti.

Per tutta la giornata si sono rincorse notizie drammatiche, spesso in contraddizione tra di loro, soprattutto perchè alimentate dagli stessi terroristi islamici che, scegliendo di parlare con media a loro tradizionalmente vicini, hanno creato un corto circuito di informazioni. Di certo ci sono stati dei morti, ma il loro numero resta un mistero e potrebbe andare da mezza dozzina a 50 (secondo Al Jazeera), terroristi compresi.

Lo stesso governo algerino, pur incensando l’esito dell’operazione, ha ammesso che se sono stati liberati molti ostaggi, sfortunatamente ci sono state vittime, senza però dire quante. Da ieri, dopo che le forze di sicurezza e le unità dell’esercito avevano circondato il campo, nonostante l’intransigenza di Algeri – che non aveva mai trattato in precedenza in casi del genere – ci sono stati timidi tentativi di aprire un dialogo con i rapitori jihadisti, che tuttavia hanno posto condizioni apparse immediatamente impossibili da accogliere: l’immediata rimozione del dispositivo di sicurezza intorno al campo fino ad una sorta di salvacondotto per allontanarsi dalla regione, con gli ostaggi da usare come scudi umani. Nemmeno il tentativo di mediazione portato avanti dai notabili della zona di Illizi ha avuto seguito perchè i rapitori, dopo aver dato l’impressione di accettare di incontrarli, hanno chiuso ogni possibilita’. Quando hanno visto che tutte le strade ‘negoziali’ erano chiuse, i rapitori hanno tentato una sortita, caricando degli ostaggi (forse una trentina) su uno degli automezzi usati per gli spostamenti del personale tra le varie strutture del campo, cercando in questo modo di rompere l’assedio.

La risposta algerina non si è fatta attendere: quando il bus si è mosso dal campo verso la strada sterrata che taglia l’immensa distesa di sabbia che circonda gli impianti, si è levato un elicottero da combattimento che lo ha centrato con sventagliate di mitragliatrici. Quasi contemporaneamente, da terra è partito un primo attacco al compound che ha avuto come obiettivo gli alloggi dove era tenuta prigioniera la maggior parte degli ostaggi stranieri.

Il bilancio delle due azioni – tentativo di fuga e attacco al campo – è incerto perchè, a seconda delle fonti, si va da 35 morti tra gli ostaggi (quanto detto dai rapitori) a 6 (quanto ricostruito da alcuni media stranieri). Mentre questo accadeva, molti degli ostaggi algerini, ma anche qualche straniero, approfittando del caos, sono scappati alla spicciolata, prima pochi, poi sempre di più. Quasi un esodo, a dare credito all’esercito, che parla di 600 operai algerini liberati.

In serata è stato portato a termine l’attacco definitivo, con l’agenzia algerina Aps che ha dato conto della fine delle operazioni attorno alle nove. Resta ora da chiarire se l’azione decisa dal governo algerino sia stata presa in modo autonomo, nonostante il fatto la legge non scritta della diplomazia imporrebbe che di essa si avvertano i Paesi coinvolti, quelli cioè di cui sono originari gli ostaggi. Ma dalle reazioni ufficiali – la chiara stizza del premier britannico Cameron, le forti preoccupazioni della Casa Bianca, i motivati timori di Hollande – questa comunicazione non c’è stata o almeno non c’è stata rispetto alla portata reale dell’azione algerina