Londra fuori dall’Ue, una strada tutta in salita

BRUXELLES  – Sotto la sterlina, nulla. Se il Regno Unito davvero uscisse dall’Unione europea ”sarebbe una catastrofe per entrambe le parti”. Parola di un premier particolarmente interessato allo scenario, l’irlandese Enda Kenny, presidente di turno del Consiglio europeo, oltre ad essere un vicino di casa. Grazie al piano di aiuti da 85 miliardi concordato a ottobre 2010 con Ue e Fmi Kenny ha salvato il suo paese dalla bancarotta. Ma con Londra ha un rapporto a filo doppio, che non gli ha impedito, una settimana fa davanti alla plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo, di disapprovare esplicitamente la crociata lanciata dall’inquilino di Downing Street, David Cameron, per chiarire il futuro europeo di Londra.

Che l’uscita del Regno Unito dal club europeo possa tradursi in un disastro economico per l’isola è anche l’implicito corollario del ragionamento proposto da Guy Verhofstadt, ex premier belga di lungo corso e capogruppo dei liberal-democratici, e Daniel Cohn-Bendit, ex leader del maggio ’68 francese e leader dei Verdi, nel libro ‘Per l’Europa’ scritto a quattro mani. Fra il 2040 ed il 2050, hanno fatto notare i due veterani della politica europea, a loro avviso nessun paese europeo farà parte del G8. Quale spazio potrebbe avere una Gran Bretagna isolata dall’Unione europea? Punto cruciale sono i dati macroeconomici.

Il paese, proprio sulla spinta delle scelte fatte da Margareth Thatcher, negli ultimi trent’anni ha di fatto cancellato la sua industria manifatturiera. Puntando sul principio che – stando in un’Europa di grandi paesi manifatturieri – per la Gran Bretagna, conveniva trasformarsi in paese produttore di servizi (soprattutto finanziari) anzichè affrontare la sfida della competitività. Il risultato lo leggiamo nelle statistiche sul commercio estero pubblicate da Eurostat. Nei primi 10 mesi del 2012 il Regno Unito ha esportato beni e servizi per 304,9 miliardi euro, ma ne ha importati per 444,8: un bilancio negativo di 139,8 miliardi che è anche di gran lunga il peggior dato tra i 27.

Tanto per capire: la Germania ha un attivo da 157,7 miliardi e l’Italia da 6,6. I rischi, in caso di uscita, sarebbero grandi anche per la City, la seconda piazza finanziaria mondiale. Attualmente gode dei vantaggi del libero mercato e della libera circolazione dei capitali e in quanto tale attrae i capitali di tutta Europa. Fosse fuori dalla Ue, ben diverso sarebbe l’approccio di tutti i responsabili amministrativo-finanziari dell’Europa continentale.

L’uscita è comunque possibile. Ed è prevista dall’articolo 50 del Trattato di Lisbona. Secondo il quale ”ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione”. Per farlo dovrebbe comunicare l’intenzione al Consiglio europeo, aprire un negoziato e definirne le modalità. Col rischio, per la Gran Bretagna, di trovarsi all’imbocco di una strada a senso unico. Verosimilmente isolata anche dalla Scozia, autorizzata da Londra a tenere un referendum per l’indipendenza, nell’autunno del 2014. L’Ue se la vuole tenere stretta, anche se Edimburgo potrebbe dover rinegoziare da zero la sua adesione all’Unione europea.

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