Algeria, emerge la pista libica

TUNISI  – Con il trascorrere dei giorni e l’imminente riavvio delle attività estrattive nel sito algerino di In Amenas, si concretizza sempre di più una pista libica nell’attacco terroristico costato la vita a una quarantina di ostaggi stranieri. Il premier algerino Sellal si era limitato ad affermare che i terroristi di Moctar Belmoctar venivano dal Nord del Mali. Ora alcuni media algerini, el Watan in particolare, definiscono un quadro che certo delinea scenari non tranquillizzanti sul futuro della sicurezza nella regione, dove la Libia si conferma un buco nero, un trampolino di lancio per le azioni dei gruppi collegati alla galassia al Qaida, con Tripoli che non riesce a governare le mille attivita’ illecite nate dopo la caduta del regime di Gheddafi.

Tre i punti che starebbero emergendo nelle ultime ore. Il primo, appunto, è che i terroristi sono arrivati in Algeria da una lontana città della Libia; il secondo è che dei 32 terroristi, ben 29 non erano affatto fanatici islamici, ma semplicemente mercenari che, entro i confini libici, aspettavano un ‘contratto’; il terzo è che le armi che il commando ha usato sono state acquistate nel fiorente mercato illegale delle armi uscite dagli arsenali ormai senza controllo dopo il crollo del Colonnello e del suo regime, come denunciato  dal segretario di Stato Usa, Hillary Clinton.

In particolare, pare che le armi in questione siano in gran parte provenienti da caserme delle forze militari di Gheddafi, in particolare dell’Aviazione, dissoltesi con la caduta del rais: missili terra-terra, lanciagranate e anche delle mine anti-carro, finite disseminate nel sito per farne trappole contro i soldati algerini. La base di partenza della spedizione sarebbe stata la città libica di Aguelhoc distante circa duemila chilometri da In Amenas. Sarebbe stato lì che Moctar Belmoctar in persona, due mesi fa, ha incontrato decine di aspiranti ”terroristi”, li ha selezionati e ingaggiati, pagandoli per metà in anticipo come si usa in questo genere di cose. Poi li ha armati, istruiti e quindi passati alla responsabilità dei tre algerini che, di fatto, hanno poi guidato sul campo l’assalto. Un percorso abbastanza complicato, ma reso quasi obbligatorio dal fatto che l’impresa non poteva che essere organizzata in questo modo, sia per le difficoltà di spostare trenta e più uomini da un Paese all’altro, per centinaia e centinaia di chilometri; sia perchè se il nord del Mali è quasi un supermercato per le armi leggere, quelle pesanti, indispensabili per attaccare un sito come In Amenas, non potevano che essere reperite in Libia. Tutto questo comunque non significa che ci sia stata una saldatura tra i jihadisti di Belmoctar – uscito dal ramo nordafricano di al Qaida per creare un proprio gruppo, ma sottolineando la propria lealtà al mullah Omar e ad Ayman al Zawahiri – e i gruppi islamici libici, attivi soprattutto in Cirenaica, ma che, almeno in questa operazione, c’è stata una convergenza di interessi. Quali fossero è ancora troppo presto per dirlo.

 

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