Monti ‘strizza’ il Pd e ammicca al Pdl

ROMA  – Il Pd ha delle responsabilità nell’affaire Monte dei Paschi. L’ultimo affondo di Mario Monti al partito di Pier Luigi Bersani è durissimo e colpisce là dove i nervi sono più scoperti. Il professore, come se non bastasse, ammicca al Pdl facendo capire che l’alleanza con i Democratici non è l’unica opzione nel dopo-voto. Un’apertura condizionata al fatto che il partito sia ”mondato” da Silvio Berlusconi e dall’intesa con la Lega. E che sembra dettata da ragioni di tattica elettorale (guadagnare consensi fra i moderati), ma anche di strategia: in caso di pareggio, infatti, il premier ritiene possibile l’allargamento della coalizione a tutti quei pidiellini che guardano con favore alla sua esperienza di governo. Eventualità che, almeno secondo un consigliere del professore, potrebbe non dispiacere nemmeno al Cavaliere.

L’effetto, comunque, è quello di un ennesimo schiaffo al leader democratico. Che infatti replica stizzito:

– Trova un difetto al Pd tutti i giorni, mentre per un anno non ne ho mai sentiti…

Anche la reazione (pubblica) di Alfano è inevitabilmente dura:

– Se c’è qualcosa da cui l’Italia deve essere mondata è Monti e il governo tecnico. Senza Berlusconi il Pdl non è.

La campagna elettorale impone al professore di mettere da parte quella aplomb che ha caratterizzato la sua premiership.

– Il guru di Obama – ammette in una lunga intervista a ‘Radio Anch’io’ -,mi ha detto di essere più cattivo in certe circostanze.

I sondaggi, anche se lui si dice soddisfatto, danno la sua lista in calo. Anche per questo alza i toni. Cosi’, nonostante deprechi le ”corride elettorali” su temi così delicati, lancia l’affondo su Mps: una vicenda in cui ”il Pd c’entra” perchè ”ha sempre avuto molta influenza sulla banca. Bersaglio del suo attacco, ci tiene a precisare, non è Bersani ma piuttosto quella ”brutta bestia” che è la ”commistione fra banca e politica”. Loda Bankitalia, ma soprattutto difende il governo sui Monti-bond, negando qualsivoglia ”parallelismo” con l’Imu.

Indossare i panni del premier per rassicurare i risparmiatori italiani sulla solidità delle banche, ma rimette subito quelli del candidato per andare a caccia di consensi. Il bacino in cui intende pescare è quello degli indecisi, e per farlo guarda sia a destra che a sinistra. Per questo rimarca la differenza con i partiti tradizionali.

– Chi è contento del passato – affermA – ha una scelta facile: votare il Pd, collegato con l’estrema sinistra, o il Pdl collegato con la Lega.

Quelle stesse forze che hanno tenuto ”in piedi o in ginocchio l’Italia per vent’anni”. Gioca anche la carta dell’antipolitica, ricordando i tentativi del governo di abbattere i costi della politica ”bloccati in Parlamento”. Infine lancia il guanto di sfida al Pd: fa capire a Bersani che non È il solo possibile partner post-elettorale.

– Non ho nessuna intenzione di fare accordi con partiti che non abbiano un forte orientamento riformista – precisa -. E’ il segretario democratico a dover scegliere: se metterà in campo le idee delle componenti più ”massimaliste” – leggi Vendola e Fassina – non ci sarà alcuna chance di cooperare.

Per rafforzare il monito ammette che una alleanza è teoricamente possibile anche con il Pdl.

– Certo – rimarca, forse con voluta ironia – il partito andrebbe ”mondato” dal ”tappo” di chi ”impedisce le riforme”.

Cita espressamente il Cavaliere accusandolo di aver ostacolato le norme sulla giustizia per motivi personali. Ma fa riferimento anche all’alleanza col Carroccio. La sua, insomma, è ”un’apertura sia verso destra che verso sinistra”. Un ragionamento che lo porta ad affrontare anche i rapporti con gli alleati. Casini in testa.

– Lavoriamo in ”armonia” allo stesso progetto, ma – conclude sibillino – adesso ‘andiamo ognuno per la sua strada.

Come a dire: in campagna elettorale competition is competition.