Vanno via gli stranieri: oltre 32mila gli immigrati cancellati dall’anagrafe

Pubblicato il 01 febbraio 2013 da redazione

MESTRE – Rispetto alle dinamiche del fenomeno migratorio in Italia, una nuova tendenza, fortemente legata alla congiuntura economica critica che dal 2008 ha colpito l’Italia e il mondo occidentale nel suo complesso. Secondo gli ultimi dati Istat, infatti, le cancellazioni dall’anagrafe di cittadini stranieri sono aumentate nel 2011, mentre le iscrizioni sono diminuite.

La Fondazione Moressa si è chiesta chi sono gli stranieri che abbandonano il territorio italiano verso nuovi lidi. La partenza dell’Italia non si traduce sempre, ovviamente, nella conclusione dell’esperienza migratoria e, quindi, con il rientro in patria, ma spesso si concretizza nel proseguimento di questa esperienza in un altro paese estero, maggiormente indicato per garantire quelle opportunità e quelle chances di vita da cui la migrazione prende avvio.

Gli stranieri che se ne vanno per macro-aree. Oltre la metà degli stranieri che lasciano l’Italia per cercare fortuna altrove o al proprio paese di origine sono europei. Il 17,7% ha origini asiatiche e il 12,2% è africano.

– Gli stranieri che se ne vanno per cittadinanza. Più di 19 mila cancellazioni sono state richieste da soggetti provenienti da paesi europei, di cui oltre un terzo rumeno. Tra gli asiatici che lasciano l’Italia, il 30,2% è costituito da cinesi e il 19,1% da indiani. Tra gli americani invece, sono soprattutto i brasiliani (21,5%) a tentare altre strade fuori dall’Italia. In generale, sembrano lasciare l’Italia quelle popolazioni provenienti da paesi in via di sviluppo, per cui si può ipotizzare una propensione al rientro nel paese di origine oltre che allo spostamento verso altri paesi terzi.

Variazione percentuale delle cancellazioni tra il 2010 e il 2011. Le cancellazioni a livello nazionale nel 2011 rispetto all’anno precedente sono aumentate del 15,9%. L’incremento di coloro che lasciano il paese riguarda tutte le nazionalità, escluse poche eccezioni in cui si è registrata una diminuzione delle cancellazioni, come per esempio il Bangladesh (-16,95).

– Le cause dell’abbandono. Una spiegazione della diffusione della scelta di abbandonare l’Italia da parte di una significativa fetta della popolazione straniera va ricercata sicuramente nell’effetto che la crisi economica ha avuto sulle condizioni occupazionali degli stranieri. Tra il 2008 e il 2011, infatti, il numero di disoccupati stranieri è praticamente raddoppiato, con un incremento di oltre 148 mila unità (+ 91,8%), mentre quello degli italiani è aumentato di 267 mila unità. Tra il 2008 e il 2011 il tasso di disoccupazione degli stranieri è cresciuto di 3,6 punti percentuali, passando dall’8,5% al 12,1%, mentre nello stesso periodo il tasso di disoccupazione degli italiani è passato dal 6,6% all’8,0%.

“È importante sottolineare – spiegano i ricercatori della Fondazione – che il tasso di disoccupazione è il rapporto tra il numero di disoccupati e le forze lavoro (che includono occupati e persone in cerca di lavoro), quindi non tiene conto dei diversi tassi di attività delle due popolazioni. I dati sembrano, infatti, confermare che anche in periodo di crisi, a causa della maggiore debolezza delle reti familiari e amicali di supporto e del vincolo tra la regolarità del soggiorno e il possesso di un impiego, gli stranieri hanno minori probabilità rispetto agli italiani di passare all’inattività. Di conseguenza si tratta di una popolazione che presenta una maggiore fragilità rispetto a quella italiana di fronte alla crisi. Questa fragilità e la presenza di alternative migliori altrove possono essere indubbiamente i due fattori di spinta all’abbandono dell’Italia”.

“Un’altra uscita plausibile dalla disoccupazione o dalla precarietà occupazionale – concludono – può essere quella dell’imprenditoria che, nel caso di quella straniera, ha infatti dimostrato una buona resistenza davanti alla sfavorevole congiuntura economica. Tuttavia tale scelta può non risultare preferibile all’abbandono del paese a causa degli alti tassi di sforzo e di rischio che comporta”. 

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