Tunisia nel caos: assassinato Chokri Belaid, leader dell’opposizione

Pubblicato il 06 febbraio 2013 da redazione

TUNISI – Un’esecuzione chirurgica, due colpi tra fronte e nuca, uno al cuore, un altro alla schiena. E’ morto così, pochi minuti dopo essere uscito da casa, Chokri Belaid, leader ‘laico’ dell’opposizione al governo tunisino monopolizzato dal partito confessionale islamico Ennahda che, agli occhi molti, porta su di sé la responsabilità, non solo politica, di questo omicidio. Un omicidio che ha gettato nel caos e sulle barricate un intero Paese, a due anni dalle speranze di cambiamento della ‘primavera’ del 2011. Paradossalmente, questa morte, che ha sconvolto la Tunisia e provocato la condanna internazionale, ha ottenuto quello per cui Belaid si era tanto battuto: la caduta del governo che il premier Jebali sta per sciogliere, per vararne un altro, fatto di tecnocrati che prepari le elezioni.

Belaid, era stato il grande regista dell’operazione che aveva portato, nell’agosto dello scorso anno, al varo del Fronte popolare, un blocco laico e riformista che ha subito messo alle corde la maggioranza ed Ennahda in particolare. La sua oratoria travolgente (era un avvocato molto famoso), alimentata da una grande conoscenza della politica e delle sue insidie, ne avevano fatto un bersaglio per chi, vicino o dentro Ennahda, mal sopportava critiche e opposizione.

Di minacce, ha detto ieri la moglie, Basma, ne aveva ricevute tante e tutte denunciate. Ma nessuno si è mosso, nessuno ha pensato che potessero arrivare sino a sentenziarne la morte. E ieri la famiglia Belaid ha respinto le condoglianze del governo: non sappiamo che farcene.

La notizia dell’agguato s’è propagata velocemente ai quattro angoli della Tunisia e un intero Paese (almeno quello che ha a cuore diritti e democrazia) è sceso in piazza. A Tunisi, davanti alla clinica dove Belaid era stato portato agonizzante, ci sono state scene di dolore vero, con gente che si abbracciava in lacrime, altri che si percuotevano il petto. Poi una marea umana ha accompagnato l’ambulanza che dalla clinica ha portato all’obitorio dell’ospedale Charles Nicolle: ancora lacrime, mille bandiere nazionali sventolate e l’inno cantato a squarciagola.

Ma è stato su avenue Boughiba che l’inferno si è materializzato: scontri violentissimi, sassaiole, lacrimogeni, tentativi di assalto e poliziotti a mulinare i matraques, i manganelli. Tumulti che poi si sono spostati in altri punti della città: a Bab el-Jazira, poco distante da avenue Bourghiba, un poliziotto è morto, con il petto sfondato da un sasso scagliato da un manifestante. Avenue Bourghiba è stato teatro di violenza, ma anche di gesti destinati a diventare un simbolo: l’ambulanza bardata con la bandiera nazionale che, come per miracolo, ferma sassaiole e cariche al suo passaggio davanti al Ministero dell’Interno; l’agente che, pochi istanti dopo avere manganellato un gruppetto di giovani, davanti all’ambulanza, si ferma e saluta militarmente; le belle ragazze di Tunisi che mettono da parte trucco e abiti eleganti per scagliarsi contro chi picchia i loro amici.

E’ stata del resto tutta la Tunisia a essere scossa dalle proteste, indirizzate contro Ennahda (a Beja s’è scatenata una caccia all’uomo contro i suoi militanti, mentre in varie città sono state assaltate e date alle fiamme sedi del partito), che agli occhi di tutti se non è proprio dietro l’omicidio, di certo ha creato negli ultimi mesi un clima da guerra civile. Ad esempio, non fermando le squadracce della Lega per la protezione della Rivoluzione che sono dietro a tante aggressioni.

Belaid sarà sepolto domani in quella che si preannuncia un’altra giornata campale. In quel giorno, ha chiesto Hamma Hammami, leader del fronte popolare e amico da sempre dell’ucciso, il Paese dovrà fermarsi per onorare ”un martire” non di un partito ma di tutti i tunisini.

Le primavere arabe restano incompiute
A oltre due anni dall’inizio della Primavera araba, termine con cui sono state identificate le rivolte popolari scoppiate nel Nord Africa a partire dal 2010, i principali Paesi teatro delle contestazioni arrancano ancora sulla strada per la democrazia. Ecco un breve quadro.

– TUNISIA: culla della prima rivolta vittoriosa, nella stagione delle Primavere arabe, la Tunisia sembra in queste ore sull’orlo di un nuovo caos. La caduta nel gennaio 2011 del regime – autoritario ma fondamentalmente laico – di Zine al-Abidine Ben Ali ha lasciato un vuoto di potere colmato dagli islamici di Ennhada: defilati nei giorni della rivoluzione, ma forti di un’organizzazione che ha consentito loro di diventare nei mesi successivi partito egemone di governo. Ne è seguito un processo di progressiva islamizzazione del Paese, di violenze e di intimidazioni: sostenuto anche dalle scorribande di milizie fondamentaliste tollerate dal potere, denuncia l’opposizione, che parla ormai apertamente di ‘rivoluzione tradita’. Un clima che ha riacceso lo scontro di piazza, fino all’agguato mortale di ieri contro Chokri Belaid, portabandiera degli oppositori anti-integralisti a Tunisi, e alle barricate di queste ore.

– EGITTO: A due anni esatti dai moti di piazza Tahrir che hanno segnato la fine del potere quarantennale di Hosni Mubarak al Cairo, anche le speranze della primavera egiziana restano incompiute – a livello sia politico sia economico – mentre il sangue torna a scorrere nelle strade. Quello che fu il fronte della protesta rivoluzionaria si è spaccato da tempo fra gli islamici da un lato (saliti al potere alle elezioni con il presidente Mohamed Morsi, espressione dei Fratelli Musulmani, ma rappresentati in parlamento anche dagli ultraradicali salafiti) e le forze moderate, ‘laiche’ e studentesche dall’altro. Queste ultime restano all’opposizione e sono di nuovo in piazza, stavolta contro i super poteri che Morsi si è attribuito per decreto e contro i progetti di una nuova Costituzione ”di parte” che minaccia di tagliarli fuori. Proprio la commemorazione del secondo anniversario della ‘rivoluzione’ è sfociata nelle ultime settimane in nuove ondate di violenze – al Cairo e non solo – con decine di manifestanti feriti e uccisi. Mentre i timidi tentativi di dialogo, patrocinati anche dal gran mufti della moschea di Al-Azhar, restano per ora a meta’ del guado.

– LIBIA: Oltre un anno e mezzo dopo la morte di Muammar Gheddafi, in circostanze in parte rimaste misteriose, Tripoli fatica a consolidare il nuovo corso politico scaturito dalla fine del regime, scioltosi come neve al sole soprattutto grazie all’intervento militare targato Nato, l’unico nel panorama delle Primavere arabe. Le elezioni per l’Assemblea costituente del luglio 2012 hanno segnato la vittoria della formazione liberale guidata dall’ex premier del Consiglio nazionale transitorio libico (Cnt), Mahmud Jibril. Ma a settembre, l’attacco alla sede diplomatica Usa a Bengasi, in cui ha perso la vita tra gli altri l’ambasciatore Chris Stevens, ha mostrato chiaramente al mondo quanto lontana fosse la normalizzazione di un Paese dove le milizie armate fanno il bello e il cattivo tempo e al Qaida ha trovato terreno fertile. A ottobre il premier designato Mustafa Abushagur è stato costretto alle dimissioni. Il nuovo premier Ali Zeidan ha incassato le congratulazioni della comunità internazionale ma non è ancora riuscito a consolidare la sicurezza nel Paese. Come dimostrato dall’attentato al console italiano a Bengasi, Guido De Sanctis, rimasto fortunosamente illeso, o dall’allerta di Londra, Berlino e Parigi sulle minacce agli occidentali dopo l’intervento francese in Mali.

– SIRIA: nel Paese la Primavera araba non è mai veramente sbocciata, e si è trasformata presto in vera e propria guerra civile, con oltre 60.000 mila morti in meno di due anni. Il presidente Bashar al Assad ha contrastato la rivolta con le armi, sempre più spesso pesanti, mentre tra i ribelli crescono le formazioni estremiste come Jabat an Nusra, inserita dagli Usa nella lista delle organizzazioni terroristiche. L’Onu ha nominato due inviati speciali, Kofi Annan prima e Lakhdar Brahimi poi, per tentare una soluzione politica che a oggi appare ancora distante, con gli scontri e le stragi, sempre piu’ dal sapore interconfessionale, che si ripetono quotidianamente.

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