Bilancio Ue: vince Cameron perde la crescita. Successo dell’Italia

Pubblicato il 08 febbraio 2013 da redazione

BRUXELLES  – L’accordo sul nuovo bilancio dell’Unione europea arriva dopo una riunione fiume durata oltre 25 ore, alla fine accontenta tutti ma più di tutti il premier britannico David Cameron che è riuscito a far calare la mannaia sulla spesa europea contro cui combatte la sua crociata. Ma anche l’Italia esce soddisfatta, con risultati ”mai così buoni” per il premier Mario Monti che voleva, ed ha ottenuto, diminuire il saldo passivo tra quanto diamo e quanto riceviamo dalla Ue. L’unica vittima del ‘bilancio dell’austerità’ 2014-2020, il primo della storia dell’Europa a subire dei tagli, è la spesa per la crescita: è vero che aumenta rispetto al bilancio precedente ma Van Rompuy la immaginava molto più alta ed è stato costretto ad asciugarla al minimo dai Paesi rigoristi del Nord.

TRATTATIVA FIUME. E’ stato il vertice più lungo di Van Rompuy e Barroso, partito alle 15 dell’altro ieri e terminato alle 17 di ieri. I leader non sono mai andati via dalla sede del Consiglio, tranne per una breve pausa in mattinata, costretti alla maratona da una tattica negoziale che alla fine ha dato ragione al fiammingo Van Rompuy. Far convergere le posizioni non è stato facile. Tre i fronti in scontro: il Nord rigorista guidato da Gran Bretagna, Germania, Olanda, Svezia e Danimarca che chiedeva più tagli e difesa degli ‘sconti’ alla contribuzione europea. Il Sud con Francia, Italia e Spagna che voleva salvare la spesa per la crescita e i fondi agricoli. Il fronte dell’Est con Repubblica Ceca e Polonia che voleva salvare i fondi di coesione.

VINCONO TUTTI, TRANNE CRESCITA. A fine maratona le cifre di Van Rompuy convincono tutti e tutti si dicono soddisfatti: Cameron perchè ha ”messo un limite alla carta di credito Ue”, Merkel perchè ha conservato i privilegi e inviato anche un segnale di solidarietà, Hollande perchè ha salvato la sua agricoltura e arginato la scure che minacciava il portafoglio dell’Europa. Il bilancio Ue sarà quindi composto da 960 miliardi di euro di impegni, cioè l’1% del pil europeo, e 908,4 miliardi di spesa effettiva. La Gran Bretagna voleva scendere sotto i 900 di spesa effettiva mentre la Francia era per 913. Si è trovato un compromesso, così come sui tagli alla voce ‘crescita’ che Van Rompuy  si e venduto come una vittoria: la verità è che la spesa per innovazione, infrastrutture e ricerca è salita di 34 miliardi rispetto al bilancio precedente, ma Van Rompuy aveva previsto a novembre di aumentarla di 60 miliardi, quindi ha dovuto dimezzare la sua proposta per accontentare chi non voleva toccare altri fronti di spesa che incidevano direttamente nelle ‘buste nazionali’. Per non perdere la faccia con chi voleva vedere un bilancio utile per emergenze come la disoccupazione, il presidente è riuscito anche a trovare dei fondi (ma solo sei miliardi di euro) per aiutare i giovani senza lavoro in Spagna, Italia, Grecia e Portogallo.

ITALIA SODDISFATTA. L’Italia esce dal duro negoziato con un netto miglioramento rispetto al passato, spiega Monti. Dal saldo medio annuo del bilancio 2007-2011 pari a -4,5 miliardi di euro, passa ad una media di -3,85 per il 2014-2020. Si tratta di un risparmio di circa 650 milioni di euro all’anno. Inoltre guadagna 1,5 miliardi per le regioni meno sviluppate, 2 miliardi (e non 3,5 come scritto in precedenza, ndr) per la coesione e aumenta anche i fondi per lo sviluppo rurale.

INCOGNITA PARLAMENTO UE. Portato a casa il compromesso tra leader, ora tocca al Parlamento europeo fare la sua parte, perchè con il Trattato di Lisbona l’approvazione del bilancio avviene in co-decisione. Il Parlamento, che non era affatto d’accordo con un bilancio così asciutto, ha però già ottenuto le due garanzie che chiedeva cioè la clausola di revisione e la flessibilità. Con la prima, tra qualche anno, passata la crisi, si potrà rivedere di nuovo il bilancio e magari osare un po’ di più sullo sviluppo, mentre con la seconda si assicura che i fondi non spesi non tornino ai Paesi a fine anno ma possano essere redistribuiti su altri capitoli di spesa. Il Parlamento avvierà la discussione sul bilancio al più presto a maggio ma il suo sì è tutt’altro che scontato.

 

Europarlamento pronto al ‘No’: bilancio contro l’innovazione

Alla fine di 27 ore di vertice-maratona, di richiami alla responsabilità, di minacce di veto, di lavoro di lima sulle cifre del bilancio Ue dei prossimi sette anni, di bi-tri-quadrilaterali e sedute a 27, di bivacco e di studio, i leader europei si danno tutti per vincenti. Da Cameron che parla di ”orgoglio britannico” per aver imposto la prima riduzione di spese difendendo il loro ”sconto” sotto attacco, a Monti che incassa ”un risultato soddisfacente” e la riduzione del saldo negativo dell’Italia. Con la Merkel che vanta di aver ”lavorato” e ottenuto un ”risultato importante” buono per i contributori netti, e Hollande che nonostante le critiche della stampa di casa battezza l’accordo come ”un buon compromesso”.

Per il Parlamento europeo, che per la prima volta nella storia ha potere di veto e lo ha minacciato finchè non ottiene almeno parte delle aperture che chiedeva, si è chiuso solo il primo tempo di una partita che si giocherà nei prossimi mesi. Quello di ieri è solo un accordo politico. Dovrà essere tradotto in testo giuridico. All’esame della plenaria di Strasburgo arriverà non prima di maggio o – più probabilmente – a giugno.

– Ora comincia il vero negoziato – dicono il presidente Schulz ed i capigruppo dei quattro partiti maggiori, Daul (Ppe), Swoboda (S&D), Verhofstadt (Alde) e Cohn Bendit (Verdi). Ritengono che i tagli imposti da Cameron col sostegno di Germania, Olanda e Svezia siano ”una sconfitta per l’innovazione”. Vedono un bilancio politicamente vecchio. Troppi soldi a agricoltura e coesione. Troppo tagli ai capitoli per la crescita. Appena un miliardo per lo sviluppo della banda larga. Sei miliardi per la ‘garanzia per giovani’ che divisi tra i 25 milioni di disoccupati under 25, fanno poco.

La cifra finale effettiva a disposizione, 908,4 miliardi, è in sè ”inaccettabile”. Ma il ”secondo tempo” della trattativa sarà lungo. Ed i parlamentari incassano importanti aperture in extremis. E’ Angela Merkel ad informarne direttamente il presidente Martin Schulz, con una serie di telefonate. Nelle conclusioni del vertice c’è l’ok a due delle clausole richieste dal Parlamento: pieno ‘sì’ alla ‘flessibilità’ (poter spostare i fondi tra le poste e nel tempo, quando e dove servono: cancella i rimborsi annuali del ‘non speso’ dalla Ue agli stati), generica disponibilità alla revisione delle cifre. Merkel dice ”tra due o tre anni” (quando – forse – la crisi sarà finita). E proprio questo, spiegano fonti vicine a Schulz, sarà il nodo principale della trattativa con i parlamentari. Che vorranno avere certezza della revisione. Che il Consiglio dovrà approvare a maggioranza qualificata, senza cioè la regola dell’unanimità che ha dato a Cameron il potere di veto. E che chissà dove sarà nel 2015 o 2016, dopo le elezioni nel Regno Unito.

 

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