Ocse: guerra ai ‘trucchi fiscali’ delle multinazionali

PARIGI  – Basta ”pianificazione fiscale aggressiva”, basta spostamenti dei profitti dai Paesi in cui sono realizzati a quelli con meno tasse, basta montaggi con entità ibride e scatole vuote in legislazioni favorevoli. Dopo anni di azioni contro i paradisi fiscali, l’Ocse lancia una nuova battaglia in materia di tasse: quella sulla tassazione delle multinazionali, per impedire loro di sfruttare l’ampia presenza geografica per sfuggire al fisco.

Una lavoro complesso, spiegano gli esperti dell’ organizzazione parigina, basato su due fasi. In primo luogo, l’individuazione dei differenti schemi di pianificazione fiscale, a cui l’Ocse lavora da qualche anno assieme a numerose agenzie nazionali, con la creazione di un vero e proprio repertorio che sarà poi messo a disposizione delle varie giurisdizioni. In questa lunga lista, che conta già circa 400 schemi, compaiono diversi elementi ricorrenti, come per esempio la cosiddetta ”sottocapitalizzazione delle filiali redditizie”: se una filiale di un grande gruppo in un Paese in cui le tasse sono elevate fa molti profitti, il suo livello di capitale viene mantenuto artificialmente basso, in modo da obbligarla a chiedere prestiti alla casa madre o ad altre società del gruppo, pagando interessi e quindi erodendo i propri profitti, che vengono così ‘trasferiti’ alla seconda società, ovviamente basata in un Paese con un fisco più vantaggioso. Schemi di questo tipo sono a volte favoriti dalla legislazione di alcuni Stati, ma l’intenzione dell’Ocse non è attaccare l’uno o l’altro: l’obiettivo è piuttosto aumentare la base di imposizione, e quindi la quantità di tasse pagate dalle grandi multinazionali, impedendo loro di nascondere parte dei loro profitti con meccanismi come quello descritto. Grazie a questa ‘pianificazione fiscale’, infatti, alcune aziende transnazionali riescono a ridurre il proprio livello di imposizione fino al 3 o 4%, cosa che tra l’altro garantisce loro un vantaggio competitivo indebito.

La seconda e più complessa fase dell’iniziativa lanciata dall’Ocse riguarda i modi in cui far evolvere la struttura del sistema fiscale internazionale per rendere inattivi questi metodi, obbligando le aziende a mantenere il legame geografico tra il luogo in cui fanno profitti e quello in cui pagano le tasse. Un’azione per cui, sottolineano dall’organizzazione parigina, è necessaria anche e soprattutto la volontà politica dei Paesi membri e delle grandi economie mondiali, che in questi ultimi mesi, a causa della crisi e delle difficoltà di bilancio di molti, sembra finalmente presente. Per questo l’Ocse ha deciso di stilare un rapporto sul suo lavoro, divulgato ieri e presentato ai vertici del G20 in preparazione del vertice di Mosca del 14 e 15 febbraio. Il consenso si sta formando, dicono i promotori di questa iniziativa, ora bisogna impegnarsi perchè diventi concreto e duraturo nel tempo.

loro vita si chiama appunto il Dream Act.

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