Conclave: in ascesa le chiese emergenti

Pubblicato il 13 febbraio 2013 da redazione

CITTA’ DEL VATICANO  – Gli equilibri sono ancora lontani, e i primi coaguli di tendenze e cordate si vedranno al momento delle congregazioni generali dei cardinali, a partire dal primo marzo. Ma nel Conclave per l’elezione del successore di Benedetto XVI, che si svolgerà a partire dalla metà di marzo, ai canonici da 15 a venti giorni dall’inizio della ”sede vacante”, peseranno anche le divisioni geografiche, in rapporto al peso che potranno esercitare sia le Chiese di antica tradizione sia quelle giovani ed emergenti, oggi vero ”motore” per il futuro del cattolicesimo mondiale.

Nel prossimo Conclave, in cui si riuniranno 117 cardinali elettori, a livello di continenti il gruppo più nutrito e’ quello degli europei (61), seguito dai latino-americani (19), dai nordamericani (14), dagli africani e dagli asiatici ex-aequo (11 rispettivamente), mentre un solo porporato viene dalla lontana Oceania.

A livello di nazioni primeggia il drappello degli italiani (28), di gran lunga rispetto agli 11 statunitensi e ai sei tedeschi. Seguono i cinque cardinali rispettivamente di Spagna, Brasile e India, i quattro rispettivamente di Francia e Polonia, quindi i tre del Messico e del Canada. Due cardinali vengono rispettivamente da Argentina, Portogallo e Nigeria, mentre da un solo porporato sono formate le rappresentanze di Svizzera, Gran Bretagna, Irlanda, Ungheria, Repubblica Ceca, Belgio, Paesi Bassi, Austria, Bosnia-Erzegovina, Lituania, Croazia, Slovenia, Colombia, Cile, Venezuela, Honduras, Repubblica Dominicana, Cuba, Peru’, Bolivia, Ecuador, Ghana, Tanzania, Sudafrica, Sudan, Senegal, Kenya, Egitto, Guinea, Repubblica Democratica del Congo, Australia, Filippine, Cina, Libano, Vietnam, Indonesia e Sri Lanka.

In tutto sono 50 le nazioni rappresentate. Per quanto riguarda gli italiani, da una parte c’è chi li dà sfavoriti dal recente scandalo Vatileaks – visto da molti come un ”intrigo” tutto italiano -, dall’altra c’è chi dice che dopo due Papi stranieri sia di nuovo l’ora di un italiano. E sotto questo profilo, brilla sempre più la stella di Angelo Scola, attuale cardinale di Milano ed ex patriarca di Venezia, personalità sicuramente molto apprezzata dallo stesso Ratzinger, che a tutti i costi l’ha voluto a capo della più grande diocesi d’Europa. Tra l’altro, Scola incontrerà il Papa in Vaticano sabato prossimo, 16 dicembre, facendo parte di un gruppo di una decina di vescovi lombardi in visita Ad Limina, proprio l’ultimo gruppo ricevuto prima della fine del pontificato, fissata dallo stesso Ratzinger per il 28 febbraio.

Altro italiano in vista, il card. Gianfranco Ravasi, che tra l’altro la prossima settimana sarà il predicatore degli esercizi spirituali di quaresima davanti al pontefice e alla curia. Occorrerà vedere comunque quanto la squadra degli italiani, al cui interno Scola gode sicuramente di ampio credito, riuscirà a coalizzare i voti dall’esterno, considerando che per essere eletti occorre la maggioranza dei due terzi, pari quindi a 78 cardinali.

L’altro gruppo forte e’ quello che vede insieme spagnoli e latino-americani, formato in tutto da 24 cardinali. E qui contano sicuramente l’argentino Leonardo Sandri e il brasiliano Odilo Pedro Scherer, con la ”forza” che potrà esercitare anche l’altro argentino Jorge Mario Bergoglio, già dato come ”papabile” nel Conclave del 2005 che invece elesse Ratzinger. L’honduregno Oscar Rodriguez Maradiaga, che molti consensi potrebbe riscuotere, ha invece già fatto sapere di non sentirsi adatto al ruolo di pastore supremo della Chiesa.

Tra i nordamericani, godono di altissime quotazioni il canadese Marc Ouellet, lo statunitense Timothy Dolan, mentre grande influenza avrà l’altro cardinale ”yankee” Raymond Leo Burke, prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, un ”conservatore” che predilige, ad esempio, la messa in latino.

Per quanto, poi, l’ipotesi di un ”Papa nero” sia considerata suggestiva, appaiono ancora non del tutto realistiche le alte quotazioni attribuite al ghanese Peter Turkson, mentre come capofila della rappresentanza asiatica riscuote molti consensi il filippino Luis Antonio Tagle. Questi ultimi hanno dalla loro parte il fatto di rappresentare Chiese oggi estremamente dinamiche, in grande crescita, al contrario di quanto la crisi del cattolicesimo si faccia sentire nei Paesi di antica evangelizzazione.

Tra gli europei, comunque, andrà considerata la capacità di traino di nomi come l’austriaco Christoph Schoenborn, l’ungherese Peter Erdo, presidente dei vescovi europei, di cui Angelo Bagnasco è vice presidente, del francese Jean-Louis Tauran, non in buone condizioni di salute ma di grandissima autorevolezza. Al momento, ad un mese dall’apertura del Conclave, mentre le possibili cordate sono ben al di là dal coalizzarsi, e senza contare le dinamiche tra ”conservatori” e ”progressisti”, si iniziano comunque ad affinare i criteri. Da una parte può esserci la scelta di un”uomo forte”, per sostituire l’anziano Ratzinger cui sarebbe mancato il ”polso” per governare la Chiesa. Dall’altra cè l’idea di un ”uomo di squadra”, necessario – dicono in Vaticano – a far girare il sistema: non solo la Curia, ma la Chiesa nel suo complesso, quindi le Conferenze episcopali, le diocesi, le Chiese locali.

Nuove norme per la nomina del prossimo Pontefice
Per eleggere il Papa sarà sempre necessaria una maggioranza qualificata di due terzi degli elettori. Il ”motu proprio” di Benedetto XVI del 2007, che reca la data dell’11 giugno di quell’anno, ripristina la norma tradizionale sulla maggioranza richiesta nell’elezione del Sommo Pontefice. In base a tale norma, perchè il Papa ”possa considerarsi validamente eletto è sempre necessaria la maggioranza dei due terzi dei cardinali presenti in Conclave”. Secondo le nuove disposizioni, inoltre, dopo la 33/a o 34/a votazione, si passerà direttamente, e obbligatoriamente, al ballottaggio fra i due cardinali che avranno ricevuto il maggior numero di voti nell’ultimo scrutinio. Anche in questo caso, però, sarà necessaria una maggioranza dei due terzi. Viene inoltre specificato che i due cardinali rimasti in lizza per l’elezione non potranno partecipare attivamente al voto, avranno quindi solo voce passiva.

Papa Ratzinger, cancellando l’ipotesi della maggioranza semplice della metà più uno degli elettori, è andato così a ritoccare, con un’importante modifica nel regolamento per l’elezione in Conclave del Sommo Pontefice, la Costituzione apostolica ‘Universi Dominici Gregis’ promulgata nel 1996 da Giovanni Paolo II, che stabiliva – al punto 75 – che dopo il 33/o o 34/o scrutinio, qualora gli elettori non avessero trovato un’intesa, si sarebbe potuto procedere anche a votazioni per le quali fosse sufficiente ”la sola maggioranza assoluta”.

Il documento di papa Ratzinger abroga proprio quanto stabilito nel paragrafo 75 della ‘Universi Dominici Gregis’, in cui si stabiliva appunto come ”valida elezione” del Romano Pontefice – qualora ”le votazioni non avranno esito” – quella ottenuta ”o con la maggioranza assoluta dei suffragi o con il votare soltanto sui due nomi, i quali nello scrutinio immediatamente precedente hanno ottenuto la maggior parte dei voti, esigendo anche in questa seconda ipotesi la sola maggioranza assoluta”.

Col suo ”motu proprio”, Benedetto XVI ha fatto salvo quanto sancito dal suo predecessore laddove in termini generali si richiedevano ”per la valida elezione del Romano Pontefice i due terzi dei suffragi, computati sulla totalità degli elettori presenti”. Dopo la promulgazione della Costituzione apostolica wojtyliana, il 22 febbraio 1996, fa notare Benedetto XVI, giunsero a Giovanni Paolo II ”non poche richieste, insigni per autorità”, di ripristinare la norma precedente dei ”due terzi”. Di qui la decisione, sancita dal ”motu proprio” promulgato nel 2007, di ”abrogare le norme prescritte nel paragrafo 75 della Costituzione apostolica ‘Universi Dominici Gregis’ di Giovanni Paolo, e di sostituirle con le norme che seguono: se gli scrutini di cui al paragrafo 72, 73 e 74 della Costituzione non hanno esito, si indica un giorno di preghiera, riflessione e dialogo”.

Negli scrutini seguenti, prosegue il nuovo documento pontificio, i due cardinali che nel precedente scrutinio abbiano ottenuto la maggioranza dei voti devono fare in modo che ”non si receda dall’esigere che anche in queste votazioni venga richiesta per una valida elezione la maggioranza qualificata dei suffragi dei cardinali presenti”. Quindi, perchè il Papa possa considerarsi validamente eletto, anzichè la metà più uno degli elettori, sarà sempre necessaria ”la maggioranza dei due terzi dei cardinali presenti”, prescindendo dal numero delle votazioni e dalla durata del Conclave.

La modifica, in ogni caso, riguarda una situazione che non ricorre più da secoli. Tutti gli ultimi Pontefici, infatti, sono stati eletti ben prima della 33/a votazione e con una maggioranza superiore ai due terzi. Di fatto, però, Benedetto XVI ha prospettato la via affinchè l’elezione del suo successore abbia un mandato consistente e di ampia portata, con la necessità di un accordo largo e senza la possibilità di nominare un Papa attraverso un braccio di ferro tra fronti contrapposti.

Lo stesso portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, aveva commentato che le nuove norme ”servono a garantire il più ampio consenso al nuovo Papa”. Tra l’altro, l’introduzione, seppure in particolari circostanze, della possibilità di eleggere il successore di Pietro con la maggioranza assoluta, contraddiceva una tradizione di secoli per la maggioranza qualificata dei due terzi, che risale addirittura al Concilio Lateranense III celebrato a Roma sotto papa Alessandro III nel 1179.

 

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