Italicità, un concetto nuovo, tutto da conoscere

Coloro che hanno avuto modo di conoscermi nell’ambito della mia attivitá svolta per anni nella comunitá italiana e nell’associazionismo, conoscono la mia dedizione all’italianitá.  Italianitá che oggi, purtroppo ma logico, va progressivamente riducendosi soprattutto perché  é terminato il flusso dell’emigrazione , la fonte che l’alimentava. Una dedizione la mia che continua sempre.   In una recenté conversazione con il Lic. Mariano Palazzo, Presidente di FAIV, egli mi accennava al nuovo concetto che va sostituendo e ampliando quello d’italianitá, cioé la Italicitá.  Un termine che avevo giá sentito e che da quella conversazione ha destato il mio interesse che oggi desidero trasmettere alle nostre Associazioni e alla Comunitá attraverso questo scritto.

 IL CONCETTO DI ITALICITA’
L’ideatore é il Dott.Piero Bassetti laureato in economía presso l’Universitá Bocconi di Milano e frequentatore di corsi di specializzazione presso il Cornell Univeritty ela London Schoolof Economics, il quale oltre ad essere stato il primo presidente della Regione Lombardia ha ricoperto vari incarichi nel mondo político e professionale  ed é anche autore di vari testi.

Parlando di questo nuovo concetto l’autore ricorda che fino a qualche anno fa, riferendosi agli italiani residenti oltre i confini fisici e politici d’Italia, si parlava di emigrati italiani, definizione che da pochi anni é stata sostituita con quella di italiani nel mondo. Il passaggio da “emigrati” a “italiani” é dovuto alla situazione in cui si trovavano i figli e i nipoti degli emigrati originali, per i quali la definizione di emigrati era di fatto un anacronismo, infatti é lógico  che patria é anzitutto la terra dove si nasce, si cresce e si trae vitalitá; da questa prima terra infatti deriva il senso di appartenenza. Peró anche questa definizione sembra sia divenuta angusta e anacronistica, certamente per la parte dell’etnia  italiana nel mondo, quella parte preponderante che non ha e non cerca la cittadinanza italiana, il voto político e altri modi di stretta appartenenza alll’Italia, quantificabile in circa 60 milioni di persone. Pertanto é lógico che si  faccia un terzo  passaggio e si parli non di italianitá, ma di italicitá, cioé di un insieme di caratteristiche e di valori  personali e comunitari riconducili  all’etnia italiana disseminata per il mondo attraverso i movimenti migratori.

Vista la importante evoluzione della nuova terminología: da emigrati italiani, a italiani nel mondo e infine a italici e, soprattutto, dei relativi contenuti, ci si i rende conto della complessitá del discorso per cui é opportuno entrare nel vivo del nuovo concetto, e chiedersi perché parlare di italici e non, secondo l’uso piú comune e tradizionale, di italiani, qual’é la distinzione?

In sintesi, per “italici” e quindi per “italicitá”, s’intende un’appartenenza non étnico-lingüística (le persone di origine italiana che parlano la lingua italiana) né giuridico-isituzionale (gli italiani che hanno la cittadinanza italiana), ma in senso lato “culturale”. Si tratta infatti di una comunitá – si stimano almeno in 60 milioni di persone di origine italiana nel mondo e in senso piú esteso, comprensivo degli “italofili”, la stima sale a oltre 250 milioni – costituita non solo dagli italiani emigrati e dai loro discendenti, dalle comunitá italofone dei Ticinesi, Sammarinesi, Istriani ecc., ma anche da tutti coloro che in qualche modo “si sentono italici”, perché hanno apprezzato e condiviso – attrraverso l’incontro con persone, con cose (i prodotti del Made in Italy) e con “segni” (dall’informazione all’arte, dal cinema a tutti gli strumenti tecnonologici  che alimentano il nostro “immaginario collettivo”) del “mondo itálico” – valori e interessi dell’Italian way of life. La novitá (un po sorpresa per me) é che Italici sono anche gli immigrati in Italia (ancorché stranieri di passaporto).

L’identitá itálica é dunque un altra cosa rispetto alla vecchia idea di cittadinanza; é un’appartenenza che si costruisce e si fortifica attorno a interessi comuni.

In sintesi, i valori italici sono:

–         il pluralismo delle appartenenze e l’apertura alla differenza;

–         una concezione dell’appartenenza essenzialmente culturale ed esistenziale, piú che ernico-limguistica e giuridico-istituzionale;

–          il ruolo centrale della famiglia e dei rapporti familiari del tessuto dei rapporti sociali;

–         i valori cristiani e piú precisamente cattolici che hanno contribuito e contribuiscono a orientare l’identitá degli italici verso i valori della persona e della famiglia;

–          i valori dell’universalismo e del cosmopolitismo, che sono collegati al sentimento di umanitá;

–         il senso estético e i valori del gusto e del bello che si incarnano non solo nello straordinario patrimonio di arte e cultura che caratterizzano il nostro Paese, ma anche in stili di vita.

Piú sintéticamente, dice Piero Bassetti, per italicitá si deve interdere un concetto strategico capace di indicare tutti i soggetti sparsi per il mondo che dimostrano interesse verso l’Italia, i suoi valori, la sua cultura, il modo di vivere,  pur essendo nati all’estero e spesso senza conoscere la lingua italiana.

Si potebbe dire:  una grande “comunitá di sentimenti”.

 

CONDIDERAZIONI  E COMMENTI
Credo sia opportuno, direi doveroso,  concludere quanto appreso finora con alcuni  commenti  personali,  ai quali  inviterei i lettori deLa Vocee quanti si sentono interessati a un tema cosí interesante ad aggiungere i loro; sará una “palestra d’idee” certamente utile.

In definitiva siamo passati da un concetto che personalmente definirei “genuino”, sentito e non dettato, quello dell’italianitá ad uno nuovo, piú ampio, direi globale, frutto di un approfondito studio e ricerca che coinvolge tutto il mondo. Ripeto, anche se é presto per dare giudizi, qualche commento lo possiamo giá fare. Per esempio tra le cose che colpiscono a  prima vista é l’elaborazione cosi ampia e profonda del concetto di italicitá che per molti  aspetti é pienamente condivisibile, ma per altri lascia qualche perplessitá.

La prima impressione é quella di essere in presenza di un concetto molto teorico che include i “simpatizzanti dell’Italia” a differenza di quello di italianitá che pur senza norme e definizioni ci sembra piú concreto e  fortemente sentito dagli individui.

Altro commento é che non mi é sembrato cosi necessario é il passaggio dal termine “emigrati” a  quello di “italiani nel mondo” per poter includere nel concetto d’italianitá o di italicitá i figli e i nipoti degli emigrati perché sappiamo che i loro padri emigrati hano saputo educarli fino a fargli sentire l’appartenenza all’Italia  e all’italianitá,anche se nati in altro paese, quello di emigrazione.

Un commento piú importante si riferisce agli “immigrati in Italia”, ancorché stranieri e privi di passaporto. In un concetto cosi articolato forse sarebbe stato piú opportuno dargli piú precise connotazioni. Oggi particolarmente in Europa e in Italia, siamo in presenza di emigrazioni di consistenti gruppi di stranieri provenienti da paesi poveri e sottosviluppati spinti soprattutto da motivi economici, di sopravvivenza. La prima immagine che ci sovviene é quella dei barconi, le famose “carrette del mare”, nelle mani di persone senza scrupoli che quando arrivano e se arrivano in terra straniera sbarcano masse di affamati.  Possiamo parlare loro di cultura, di senso estético, di valori del gusto e del bello? Ci saranno tra loro anche i “simpatizzanti” dell’Italia, ma , ripeto, era necesario per gli “immigrati in Italia” definirne caratteristiche e connotazioni piú precise.

Rendendo il dovuto riconoscimento all’ideatore del concetto di italicitá per il grande lavoro di studio e ricerca che ha dovuto affrontare per giungere a queste conclusioni non credo di essere molto lontano da una possibile realtá suggerendo di affiancare i due concetti, inserendo quello nuovo di italicitá, riconducibile all’etnia italiana disseminata per il mondo, a quello di italianitá che continuo a dire ha radici e sentimenti piú profondi, piú concreti e piú genuini anche se, lo riconosciamo, ha un sapore  tuttora  nazionalistico. Certamente si tratta di due concetti di diversa estrazione che navigano su onde differenti: l’italicitá, che non dico essere astratto, ma certamente molto piú teorico e proponibile per il futuro  e l’italianitá che non si puó eliminare per non cancellare il ricordo, la vita e i sacrifici di milioni di emigrati che in época e in condizioni ben diverse da quelle di oggi, hanno dovuto lottare  per consentirci oggi di poter fare liberamente  queste considerazioni.

Lo stesso Bassetti in un suo articolo sulla globalitá ci offre un altro spunto, ricordando che l’Italia ha ancora un problema d’identitá nazionale tutto suo, citando in propósito la celebre frase di Massimo d’Azeglio: “L’Italia é fatta, ora facciamo gli’italiani”. Auspicio che non é mai diventato realtá e che dopo due secoli dimostra che oggi la crisi di identitá nazionale appare piú forte che mai.

E’ lo stesso sentimento che provoca in me il nuovo concetto d’italicitá, che penso che dovremmo studiare  ancora, rafforzando quello d’italianitá che non abbiamo ancora raggiunto appieno almeno fino a quando non avremo superato di sentirci settentrionali o polentoni e meridionali o terroni, condizioni reali che affermano e confermano una debolezza strutturale dello Stato.

Forse gli studiosi di temi cosi importanti giá da tempo avrebbero dovuto affrontare in profonditá il tema dell’italianitá che non é mai stato trattato a sufficienza. Ad esso  ciascuno di noi dava una interpretazione ed un significato spontaneo, individuale, perché la letteratura era molto avara sul termine.  Personalmente varie volte ne ho cercato il suo significato nello Zingarelli e nella Treccani e quanto ho trovato  é questo: “Senso di appartenenza all’Italia”. Veramente un po’ poco, ma l’importante era ed é “tenerlo dentro” sentirlo, mantenerlo vivo e trasmetterlo alle nuove generazioni.

NOTA. L’articolo é basato su nozioni tratte da scritti e conferenze di Piero Bassetti.      

Martinelli Mario