Analisi – Venezuela, le sfide del prossimo capo di Stato

Pubblicato il 12 marzo 2013 da redazione

CARACAS – L’attesa è stata breve. Archiviate indecisioni ed esitazioni, Henrique Capriles Radonski ha varcato il Rubicone. Sarà lui, e non altri, il candidato della “Mesa de la Unidad”. Una decisione scontata, ma la cui ratifica ha tardato ad arrivare. La conferma di Capriles Radonski, infatti, è giunta dopo ore di attesa e migliaia di twitter contradditori.

Enrique Capriles Radonski, nella conferenza stampa in cui ha reso nota la sua decisione ed in quelle successive, ha impiegato un linguaggio secco, duro, aggressivo e preciso. Le sue denunce, in sintesi, si fanno eco di inquietudini e preoccupazioni che interpretano il malessere che cova tra quei venezolani che, fin dall’inizio dell’anno, si sono posti domande alle quali nessuno ha saputo, o ha voluto dare risposte.

Dal canto suo, il presidente incaricato, Nicolàs Maduro, ha replicato con altrettanto tono energico alle accuse mossegli dall’avversario, riproponendo il linguaggio ch’era solito impiegare il presidente Chàvez.

Il presidente incaricato, Nicolàs Maduro, designato quale successore dallo stesso presidente Chàvez poco prima di salire sull’aereo che l’avrebbe portato per l’ultima volta a Cuba, e il governatore dello Stato Miranda, Enrique Capriles Radonski, che una volta ancora è stato indicato dalla Mud (Mesa de la Unidad Democràtica) come candidato, avranno una manciata di giorni, appena 10, per la loro campagna elettorale. Tempi stretti, troppo stretti per poter spiegare agli elettori le prossime sfide che dovrà affrontare il Paese. Poco più di una settimana per convincere i venezolani della bontà delle loro proposte.

Maduro, in quanto presidente incaricato, si presenta all’elettorato da una posizione di vantaggio. Dopo essere stato sotto l’occhio dei riflettori nazionali e internazionali, durante le esequie del presidente Chàvez, trasmesse senza interruzione a rete unificate, potrà diffondere il proprio messaggio attraverso il “sistema de Radio y Televisiòn” costruito in questi 14 anni dal presidente Chàvez. Quest’ultimo attribuiva ai mezzi di comunicazione un enorme potere di propaganda.

Capriles, dal canto suo, potrà fare affidamento sui pochi mass-media critici nei confronti del potere e, soprattutto, sulle nuove tecnologie – leggasi, sms, twitter e facebook – messi già a prova, con risultati inattesi, durante la ‘Primavera araba’ e l’elezione del presidente Barak Obama. Sebbene sia vero che nelle fasce più umili della popolazione non tutti hanno una connessione ad internet, è altrettanto vero che non c’è venezolano che non abbia uno smartphone o, quanto meno, un telefonino con collegamento alla “rete”.

Lasciando a un lato la campagna elettorale, le aggressioni verbali reciproche dei candidati e le tante promesse che, probabilmente resteranno lettera morta e verranno dimenticate dal neo eletto una volta arrivato a Miraflores, è opportuno dare uno sguardo ai tanti problemi che, comunque vada, dovrà affrontare e risolvere con urgenza il prossimo presidente della Repubblica. Tra questi, in particolare, il controllo dei prezzi e dei cambi, la produzione, il lavoro, la spesa pubblica e l’inflazione. Un cocktail esplosivo.

Il controllo dei prezzi e dei cambi, disposizioni decise per porre freno alla crescente speculazione e alla fuga dei capitali, nel tempo hanno creato più problemi di quelli che pretendevano risolvere. Sono questi dei provvedimenti che si giustificano in particolari congiunture ma che, se mantenuti oltre il necessario e senza contromisure di fondo, provocano squilibri nell’economia; squilibri difficili da correggere. Ed è ciò che è accaduto in Venezuela.

Il controllo dei prezzi, pur frenando la speculazione e favorendo il consumatore, non solo ha castigato il produttore senza scrupoli ma anche l’industriale onesto, costretto a ridurre al minimo la produzione per far fronte alle perdite provocate dalla vendita degli articoli a prezzi inferiori ai costi di produzione. Dal canto suo, il controllo dei cambi, affidato ad una burocrazia farraginosa,  alimenta un mercato nero della valuta che incide sui prezzi dei prodotti nel mercato.

Il controllo dei prezzi, paradossalmente, non ha evitato l’incremento del costo della vita. Ovvero, la crescita dell’inflazione, che castiga soprattutto le fasce meno protette della popolazione. L’enorme massa di denaro in circolazione, prodotto della spesa pubblica crescente, e la caduta nella produzione crea pressioni sui prezzi che neanche le importazioni dai paesi del Sud riescono a neutralizzare.

Gli ammortizzatori sociali, indispensabili per elevare la qualità di vita delle fasce più umili della popolazione, non vengono ricavati dalle entrate prodotte della produzione. Ed allora provocano un eccesso di denaro in mano al consumatore. Cresce così la domanda che non può essere soddisfatta dalla produzione nazionale. Il resto è facilmente immaginabile. E’ una legge dell’economia.

D’altro canto, la spesa pubblica ha provocato squilibri che, oggi, reclamano, urgente attenzione. Le agenzie di rating stimano il deficit fiscale attorno al 7 per cento del pil; un deficit fiscale che, specialmente negli ultimi mesi del 2012, ha subito una importante accelerazione.

Per concludere, qualche parola sul peso che i mercati internazionali attribuiscono al nostro Paese. Si sa quanto sia sensibile il mercato degli idrocarburi ai cambi, che possono significare squilibri nel bilanciere politico. Si temeva che, con la morte del capo dello Stato e l’inevitabile momentanea instabilità politica, si potesse assistere ad una impennata dei prezzi del greggio. Ma non è stato così. I mercati hanno reagito bene, sostituendo la calma al panico. Eppure, il Venezuela è il secondo paese più ricco di  riserve di petrolio, un importante membro dell’Opec, una nazione che fino a ieri aveva un importante ruolo nel contesto dei Paesi produttori di greggio. Questa apparente calma dei mercati potrebbe essere attribuita ad una perdita di mercato del Venezuela.

La produzione nazionale di greggio, stando alle cifre ufficiali, si attesta attorno ai 2,5 milioni di barili al giorno. Un deficit di circa un milione di barili se si paragona con la produzione di greggio alla fine del secolo scorso. La minor produzione petrolifera, stando agli esperti, è il risultato di una riduzione nel flusso di investimenti orientati sia a migliorare la produttività di pozzi ormai in via di esaurimento  sia nelle nuove perforazioni in cerca di pozzi nuovi.

Gli esperti prevedono che nel peggiore dei casi, ovvero se si dovesse verificare la paralizzazione del flusso di petrolio proveniente dal Venezuela, la produzione dell’Arabia Saudita, in poco tempo, potrebbe supplire il vuoto che si verrebbe a creare. Si tratta d’altronde, stando all’Agenzia Internazionale dell’Energia, di 1,7 milioni di barili di petrolio.

Il petrolio, fino ad oggi, è stato il principale motore della politica sociale del presidente Chávez. Il prossimo capo dello Stato, probabilmente, dovrà in parte rivedere questa strategia: razionalizzare l’assegnazione di ammortizzatori sociali per poter destinare allo sviluppo dell’industria petrolifera una somma maggiore di denaro.

Mauro Bafile

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