Morales: liberalizziamo la coca per fini medici

Pubblicato il 13 marzo 2013 da redazione

Mariza Bafile

 

LA PAZ: Il Presidente Evo Morales di nuovo ha sfidato il mondo chiedendo il permesso di esportare derivati di coca, una sorta di coca descocainizzata. Lo ha chiesto nel corso della 56ma sessione della Commissione della Convenzione Unica su Stupefacenti dell’ONU, che si è tenuta recentemente a Vienna.

Il Presidente boliviano, dopo essersi ritirato durante un anno dalla Convenzione, ha già ottenuto il permesso di legalizzare nel suo paese la masticazione della foglia di coca, una pratica molto diffusa tra gli abitanti delle Ande. Oggi la “foglia sacra” come viene chiamata la coca tra le popolazioni indigene boliviane, è largamente utilizzata in Bolivia a fini rituali, medici e alimentari.

Ma Morales a Vienna ha voluto fare un salto in avanti chiedendo la liberalizzazione dei prodotti derivati dall’arbusto andino, con fini medici e umanitari.

“Noi vogliamo portare avanti una politica di industrializzazione per salvare vite” ha detto Morales che ha voluto distinguere la pianta della coca dalla cocaina, che è uno stupefacente e come tale va combattuto.

Bolivia produce una ampia varietà di prodotti estratti dalla coca ed è stato scientificamente dimostrato che i boliviani assumono bevande, infusioni, liquori e altri generi di prodotti come dentifrici, farina, caramelle, a base di coca senza soffrire effetti collaterali.

Al tempo stesso, Evo Morales, che nei suoi anni di infanzia è stato pastore e agricoltore di coca, ha mostrato i positivi risultati ottenuti a seguito di un accordo fatto con i produttori locali. Grazie a questo accordo nel 2012 circa 11.500 ettari di terreno destinato alla produzione di coca sono stati sostituiti con altre produzioni. Un risultato eccezionale per la Bolivia che è il terzo produttore mondiale di foglia di coca dopo il Perù e la Colombia.

Ma la lotta di Evo Morales internamente per difendere la tradizione della masticazione della foglia di coca e internazionalmente per legalizzare la vendita di derivati dell’arbusto della coca a fini medici e umanitari, non incontra il favore né della Russia né degli Stati Uniti.

L’ambasciatore russo a Vienna ha spiegato che il loro timore “è che si crei un precedente pericoloso che potrebbe essere usato da altri paesi per inserire leggi interne più elastiche sul controllo dei narcotici, togliendo forza alle convenzioni in materia stipulate a livello internazionale.”

Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti accusa la Bolivia di non attivarsi a fondo per combattere il narcotraffico. In una nota si legge che: “sebbene i programmi riguardanti lo sradicamento della coca abbiano superato le aspettative iniziali, la Bolivia non coopera sufficientemente con la (DEA) l’Agenzia antidroghe nordamericana”.

 

Sognando il mare

Continua la polemica tra Cile e Bolivia per una via di accesso al mare che la Bolivia reclama fin dal tempo in cui, dopo la guerra del 1879, gli è stata negata. A seguito di quella che è stata denominata la guerra del Pacifico, la Bolivia ha perso 400 chilometri di costa.

Il governo boliviano sta elaborando una politica che attacchi il problema su più fronti per giungere ad un accordo con il Cile. La strategia è di usare le relazioni commerciali, la pressione delle popolazioni, l’azione diplomatica all’interno degli organismi internazionali. Ma la posizione del Cile su questo tema è assolutamente rigida e il Presidente Piñero ha fatto sapere che la sovranità nazionale non è barattabile. “Non venderemo il territorio a cambio di gas o di acqua”, ha dichiarato senza mezzi termini il capo di Stato cileno.

Bolivia e Cile avevano iniziato a lavorare congiuntamente su un’agenda di tredici punti tra i quali era inclusa anche la richiesta da parte della Bolivia della restituzione di una parte di territorio che permetterebbe a questo paese uno sbocco sul mare. Purtroppo le trattative avviate nel 2006 si sono bloccate nel 2010. E la tensione tra i due paesi cresce.

Uno degli ultimi incidenti diplomatici è stato causato dall’arresto in Cile di tre militari, rilasciati dopo un mese, che, secondo i boliviani, battevano la frontiera per combattere il narcotraffico.

La Bolivia ha anche accusato il Cile di non aver ottemperato agli accordi della Convenzione di Ottawa che prevedono la rimozione delle mine dalla frontiera tra i due paesi entro il 2011. Le mine sono state seminate durante la dittatura di Pinochet.

 

Il giallo

della giornalista uccisa

Continua ad occupare un ampio spazio nelle pagine dei giornali boliviani il caso della morte della giornalista Hanalí Huaycho, che lo scorso 11 febbraio è stata ritrovata uccisa con 13 pugnalate. Il marito, il tenente Jorge Clavijo, di cui si erano perse le tracce, è stato immediatamente segnalato come il principale indiziato e lo scorso 4 marzo nella zona di Yungas è stato rinvenuto il cadavere di un uomo impiccato che, a giudizio della polizia e secondo le prove di Adn, apparterrebbe a Clavijo. Apparentemente, dopo aver cercato di nascondersi per evitare la giustizia, l’uomo si sarebbe suicidato impiccandosi.

Per un’ironia del destino negli stessi giorni in cui la giornalista Hanalì veniva brutalmente assassinata il Presidente Evo Morales promulgava una legge per “garantire alle donne una vita senza violenza”.

La polizia ha detto che considera chiuso questo caso dopo aver effettuato tutte le prove che dimostrerebbero che l’assassino della reporter è stato il marito ma i familiari della vittima hanno chiesto di poter procedere a perizie supplementari perché non si fidano del responso della polizia locale. Si legge in un editoriale del quotidiano La Razòn che serpeggia il timore che possano essere state seminate prove false per sgonfiare il caso e abbassare la pressione che grava sulla polizia o peggio ancora che si voglia coprire il colpevole.

L’editoriale conclude augurandosi che i sospetti siano infondati perché altrimenti la credibilità della polizia, già piuttosto bassa, ne riceverebbe un colpo molto grave.

 

Gli indigeni sfilano

reclamando i propri diritti

Silenziosi e persistenti hanno sfilato per giorni più di 200 rappresentanti della popolazione indigena Urus per reclamare una legge che li protegga dagli abusi di altre etnie. Tra loro anche anziani, donne e bambini.

“Non vogliamo essere più dominati da nessuno – ha spiegato Segundino Alvarez, vicepresidente del corteo che ha percorso quasi cento chilometri per arrivare a La Paz – La nuova Costituzione prevede maggiore dignità per i popoli indigeni e, in base a ciò, noi chiediamo che sia varata una legge che difenda il nostro territorio e i nostri diritti.”

La popolazione che vive ai margini del lago Poopò denuncia gli abusi della popolazione aymara che avrebbe chiuso con il filo spinato alcune zone del loro territorio impedendo agli Urus di svolgere il consueto lavoro di caccia, pesca e agricoltura.

Per noi è diventato difficile circolare nelle zone nelle quali abbiamo sempre vissuto, praticando la caccia, la pesca e l’agricoltura.” Dicono i dirigenti degli Urus che portano un progetto di legge che sperano sia preso in considerazione e approvato dal governo boliviano.

Secondo l’antropologo Marcelo Lara gli Urus subiscono da molto tempo gli abusi della popolazione aymara che ha occupato parti sempre più consistenti del loro territorio tanto da metterne in pericolo la sopravvivenza.

L’antropologo sottolinea che nello studio dal titolo “Esclusione e subalternità degli Urus del lago Poopò. Discriminazione nella relazione maggiori e minori etnie” fatto da Zdenka de la Barra, Marcelo Lara Barrientos y René Coca Cruz si evidenzia la storia di subordinazione degli Urus alle etnie più forti con un conseguente rallentamento del loro sviluppo.

Inoltre gli Urus hanno meno possibilità di accesso alle istanze statali e quindi minore possibilità di far valere i propri diritti.

Secondo analisti boliviani i diritti degli indigeni che negli ultimi anni sono al centro dell’attenzione del governo del Presidente Morales, nella realtà non hanno ancora trovato una giusta risposta.

Un esempio, a loro parere, verrebbe offerto dal caso del Tipnis (Territorio Indigeno e Parco Nazionale Isiboro Sècure). Rappresentanti di varie etnie indigene stanno lottando affinchè siano approvate leggi che proteggano i loro territori ed impediscano la costruzione di strade, la produzione di coca, e lo sfruttamento di gas e altri minerali.

 

Preoccupazione

per il mal de chaga

Grande preoccupazione suscita tra gli ambienti medici l’espandersi del “mal de chaga”. Bolivia, secondo i dati dell’organizzazione Medici senza Frontiere, è la nazione più colpita da questa malattia che viene inoculata da un insetto che prolifera nelle case di “adobe” un misto di creta e foglie.

Questa malattia silenziosa e poco conosciuta colpisce circa 10milioni di persone in America Latina e ogni anno provoca la morte di 10mila malati.

I medici indicano che il “mal de chagas” può restare incubato molti anni ma che, quando incominciano ad apparire i primi sintomi in un adulto, le possibilità di salvezza sono di un 50 per cento.  Diversa la sorte per i bambini fino a 15 anni che, se opportunamente curati, hanno un’altissima possibilità di sopravvivenza. E comunque, sostengono i ricercatori e i medici, la miglior cura per questa terribile malattia è la prevenzione e pertanto chiedono al governo di effettuare disinfestazioni costanti nelle abitazioni maggiormente a rischio.

Fonti utilizzate: La Razón (www.la-razon.com); El Diario (www.eldiario.net); La Prensa (www.laprensa.com.bo); Jornada (www.jornadanet.com); Pagina Siete (www.paginasiete.bo)

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