La preoccupazione dei venezolani: violenza e ammortizzatori sociali

Pubblicato il 14 marzo 2013 da redazione

CARACAS – E’ stata una distrazione effimera, durata neanche un giorno. La fumata bianca, il suono delle campane a festa, il solenne “Habemus Papam” e l’apparizione del Sommo Pontefice nel balcone hanno avuto la virtù di risvegliare la fede e l’ottimismo nei venezolani. Ma non hanno evitato che, al mattino seguente, i problemi quotidiani continuassero a preoccupare ricchi e poveri. E che la campagna elettorale, già dai toni assai accesi, proseguisse più con slogan vuoti di contenuto che con enunciazioni sobrie di programmi orientati a dare soluzioni concrete alle tante sfide che, nei prossimi anni, dovrà affrontare il paese. Eppure, dal sociale all’economico, sono tanti i problemi che reclamano una soluzione.
Ad esempio, preoccupa ormai da anni il dilagare della delinquenza. La criminalità, ed in particolare la microcriminalità minorile, non discrimina tra ricchi e poveri. Ed ammazza tanto l’operaio o disoccupato che vive nei “barrios” come il manager o il professionista che vive nei quartieri “in” delle metropoli. Sono di questi giorni le cifre rese note dagli esponenti del Foro Penale Venezolano; le uniche che, vista la carenza di statistiche ufficiali, permettono di avere un quadro della realtà che viviamo i venezolani.

Se è vero quanto afferma il Foro Penale Venezolano, e non abbiamo motivo di dubitarne anche se questa organizzazione è sempre stata assai critica verso il governo e molto più vicina all’opposizione, si è in presenza di una vera ecatombe; di un clima di violenza paragonabile ai teatri di guerra o alle insurrezioni civili che insanguinano i paesi dell’Africa. Da quando il presidente interino ha assunto le responsabilità di capo dello Stato, a causa della malattia del presidente Chàvez, circa 4 mila 500 venezolani sono morti vittime della violenza. Solo nel primo trimestre dell’anno, che ancora non conclude, sono stati assassinati 2 mila 576 cittadini. Cifre da brivido, se si pensa che, sempre secondo il Foro Penale Venezolano, nel 2012 le vittime della violenza sono state 16 mila 38.

Il governo, è giusto riconoscerlo, ha presentato negli ultimi 14 anni, “piani di sicurezza” a più riprese. Ma nessuno di questi, se diamo credito alle cifre snocciolate dal Foro Penale Venezolano, ha dato risultato. O, quanto meno, il risultato a cui si aspirava.

Così come l’insicurezza preoccupa la stragrande maggioranza dei cittadini, nella stessa misura gli ammortizzatori sociali – leggasi, “misiones” – occupano un posto di rilievo nell’agenda dei venezolani; in quella di chi vive nella miseria e spera in un mondo migliore, e in quella di chi vive negli agi e ha premura di non perdere i propri privilegi. Gli ammortizzatori sociali, nel bene e nel male, hanno migliorato la qualità di vita delle fasce più umili della popolazione ed assicurato la stabilità sociale. O, ad essere più chiari, hanno allontanato la possibilità di esplosioni sociali.

Il futuro degli ammortizzatori sociali, ieri come oggi, riposa nell’industria petrolifera. E’ questa che finanzia le ‘misiones’. Ma la holding petrolifera venezolana, stando alle analisi rese note dall’Agenzia Internazionale dell’Energia, naviga in acque agitate. E il prossimo inquilino di Miraflores, qualunque esso sia, dovrà immediatamente applicare i correttivi necessari.

Secondo l’Aie, l’industria petrolifera vive un momento di gravi difficoltà a causa di un mix preoccupante: difficoltà di finanziamento; urgenza di risorse per la manutenzione, il recupero e l’ammodernamento dell’infrastruttura; necessità di investimenti nella ricerca e ipoteca di una buona parte dei ricavati, a causa della “vendita a futuro” di greggio.
Pdvsa, se vuole arginare la pronunciata caduta della produzione, dovrà disegnare un piano aggressivo di recupero dell’infrastruttura esistente e, là dove necessario, il suo ammodernamento. Ma ciò, rimandato da troppo tempo, richiederà investimenti significativi. In altre parole, ingenti somme di denaro.

Nel 1998, la produzione di Pdvsa si stimava in circa 3,5 milioni di barili al giorno. Oggi la holding produce meno, molto meno: 2,5 milioni di barili al giorno. E la tendenza è ad una costante riduzione. Ad aggravare il panorama è il ‘trend’ negativo dei prezzi. La ‘canasta Opec’ si stima in 106,54 dollari. Ma se non dovesse verificarsi una ripresa dell’economia mondiale (molto dipenderà dagli accordi che potranno raggiungere, negli Stati Uniti, Repubblicani e Democratici sul “Fiscal Cliff”), i prezzi del greggio potrebbero scendere anche al di sotto della soglia dei 100 dollari il barile. Se così fosse, e tutti si augurano il contrario, al prossimo inquilino di Miraflores verrebbe meno la linfa vitale per investire nell’industria petrolifera, frenare il deficit, soddisfare il consumo e sostenere gli ammortizzatori sociali. Ed è proprio quest’ultimo aspetto che preoccupa milioni di venezolani.

Senza importare chi sarà il prossimo presidente della Repubblica, è evidente che dovrà porre un accento particolare all’impalcatura sociale costruita dal presidente Chàvez. E soprattutto evitare che la “Misiòn Vivienda” perda ritmo. L’industria della costruzione, infatti, è tradizionalmente uno dei motori importanti della ripresa economica: crea posti di lavoro e dinamizza l’indotto. E poi, dulcis in fundo, migliora la qualità di vita della popolazione che andrà a vivere nei nuovi appartamenti popolari.

Mauro Bafile

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